Davigo: cos’è che davvero non va nella giustizia italiana

4 Mar

Sono anni che ripete, inascoltato, lo stesso concetto: “la nostra giustizia è una macchina gigantesca che gira a vuoto”. E i numeri che fornisce sono – in effetti – strabilianti. Per Piercamillo Davigo la crisi della giustizia non risiede nelle ferie dei magistrati (“anche i marescialli dei carabinieri hanno 45 giorni di ferie all’anno”, commenta ironicamente), ma nella struttura stessa dell’intero comparto, a cominciare dal numero di avvocati e dei processi.

DavigoPiercamillo Davigo è uno dei più stimati magistrati italiani. Piemontese, memoria di acciaio e humour britannico, da 38 anni in servizio, da sostituto procuratore a Milano fece parte del pool di Mani pulite con Francesco Saverio Borrelli, Gerardo D’Ambrosio, Ilda Boccassini, Gherardo Colombo, Francesco Greco, Antonio Di Pietro, Tiziana Parenti e Armando Spataro. E’ uno dei massimi esperti di corruzione, su cui ha scritto due libri fondamentali: La Giubba del Re – Intervista sulla corruzione, in collaborazione con Davide Pinardi, e La corruzione in Italia – Percezione sociale e controllo penale, con Grazia Mannozzi.

Nella prima parte di questa intervista a Lorenzo Lamperti per Affaritaliani.it emerge la sua limpida visione della figura e dei doveri del giudice anche nelle questioni legate alla dialettica interna dell’Associazione Nazionale Magistrati. Nella seconda illustra invece chiaramente quali sono i veri mali della giustizia italiana: in primo luogo l’eccesso di contenzioso “un problema che nessuno vuole affrontare perché è più semplice gettare fumo negli occhi. I magistrati italiani lavorano il doppio dei magistrati francesi ed il quadruplo dei magistrati tedeschi. Ci sono magistrati che prendono le ferie per scrivere delle sentenze e non accumulare troppo arretrato. Personalmente non ho passato un giorno di ferie senza aver scritto una sentenza”.
Passando poi a parlare della responsabilità civile voluta dal governo , sintetizzata nello slogan “chi sbaglia paga” Davigo va giù duro: “è uno slogan cretino” e aggiunge che per come è stato scritto il provvedimento è anche incostituzionale, mancando il necessario filtro sui ricorsi.
I problemi risiedono altrove e principalmente nel numero abnorme di processi e sulla loro durata: “nessun sistema giudiziario può reggere l’urto di un contenzioso di queste dimensioni” conclude. E la soluzione, “tecnicamente facile” appare politicamente impercorribile perché è difficile pensare che “una politica che non è stata in grado di venire a capo della debole lobby dei tassisti si possa mettere a sfidare la ben più potente lobby degli avvocati”.
Qui di seguito l’intervista integrale.

Davigo ad Affari: “Responsabilità civile? Così è incostituzionale”

INTERVISTA/ Piercamillo Davigo, giudice supremo di Cassazione e già magistrato del pool Mani Pulite, parla del nuovo gruppo Autonomia e indipendenza e interviene sulla responsabilità civile dei magistrati, la polemica ferie e il sistema giustizia in un’intervista ad Affaritaliani.it

Di Lorenzo Lamperti
Martedì, 24 febbraio 2015 – 16:17:00

“La responsabilità civile per come è scritta adesso è incostituzionale. Ma lo sciopero non serve, ci vogliono azioni molto più incisive”. Piercamillo Davigo, giudice della Corte Suprema di Cassazione e già magistrato del pool Mani Pulite, racconta come è maturata la decisione di lasciare Magistratura indipendente per formare il nuovo gruppo Autonomia e indipendenza e interviene sulla responsabilità civile dei magistrati, la polemica ferie e il sistema giustizia in un’intervista ad Affaritaliani.it.
Piercamillo Davigo, come si è arrivati alla spaccatura in Magistratura indipendente e alla formazione del nuovo gruppo Autonomia e indipendenza?

La storia risale nel tempo. Ci sono stati dei dissidi sulle candidature al Csm perché alcuni di coloro che avevano avuto una forte indicazione alle primarie non erano stati candidati, come Sergio Amato. Dopo di che ho accettato la candidatura, proposta dal distretto di Torino, alla presidenza di Magistratura indipendente nella speranza di eviare una scissione ma mi è stata opposta un’altra candidatura. A quel punto ho deciso di ritirare la mia perché mi ero mosso per spirito unitario e i fatti dimostravano che questa unità non c’era. È stata detta una cosa francamente inaccettabile, cioè che la mia candidatura era “contaminata” dalle adesioni della minoranza. A quel punto ho deciso di uscire perché non è questa l’idea che ho di dialogo e dialettica interna.

Che cosa non condivideva delle posizioni di Magistratura indipendente?

C’è stata una deriva, che non condivido per niente, di trattare l’Anm come se fosse il nemico. Magistratura indipendente è da molti anni all’opposizione in seno all’Anm ma un conto è essere opposizione un conto è considerare nemica la propria casa, perché l’Anm è la casa di tutti i magistrati. Poi ci sono stati comportamenti che avrebbero richiesto un intervento, che non c’è stato, degli organi direttivi. Mi riferisco a quando il sottosegretario alla giustizia Ferri indicò alcuni “suoi” candidati da votare al Csm. Ho trovato questo fatto un’interferenza inaccettabile. Ci chiamavamo, e loro si chiamano ancora, Magistratura indipendente proprio per rivendicare l’indipendenza della magistratura dagli altri poteri e poi si assiste a una cosa del genere senza dire o fare nulla? Abbiamo a questo punto costituito un nuovo gruppo perché la linea di tendenza degli altri gruppi è quello di occuparsi solo delle istanze istituzionali lasciando da parte quelle corporative. Noi invece abbiamo una specifica vocazione sindacale, bisogna tutelare i diritti di ciascun magistrato. Per esempio, avvieremo una tutela sulla vicenda delle ferie, che è un sopruso.

Perché è un sopruso?

In qualsiasi lavoro è un sopruso se il datore di lavoro ti riduce le ferie senza trattare. È stata una vicenda alquanto irritante anche perché si è fatto credere all’opinione pubblica che lo sfascio della giustizia dipenda dalle ferie dei magistrati. Una cosa assurda. Lo sfascio della giustizia dipende dall’eccesso di contenzioso, un problema che nessuno vuole affrontare perché è più semplice gettare fumo negli occhi. I magistrati italiani lavorano il doppio dei magistrati francesi ed il quadruplo dei magistrati tedeschi. Ci sono magistrati che prendono le ferie per scrivere delle sentenze e non accumulare troppo arretrato. Personalmente non ho passato un giorno di ferie senza aver scritto una sentenza.

Crede possa essere giusto scioperare per protesta verso la responsabilità civile voluta dal governo?

Anche qui siamo in divergenza con altri gruppi. Lo sciopero non serve a niente, non è uno strumento efficace. Bisogna fare cose molto più incisive, mettendo la politica di fronte alle proprie responsabilità. Aumenta la rischiosità del lavoro? Molto bene, allora noi ridiscutiamo i carichi e lavoriamo quanto i tedeschi, che significherebbe ridurre a un quarto la nostra produttività. Ogni Collegio della Corte di Cassazione fa 50 processi al giorno, in VII Sezione ne facciamo 200. Personalmente la responsabilità civile non mi tocca perché sono giudice di ultima istanza e ho ragione per legge, ma per i giudici di merito la situazione diventa seria. Per esempio, in Francia per le direttissime i giudici turnano dopo un determinato numero di ore. Da noi si va avanti a oltranza. Dopo un certo numero di ore, per forza di cose, la soglia di attenzione si abbassa, subentrano fatica e stress anche perché un magistrato decide della libertà delle persone.

Che cosa ne pensa dello slogan del governo, “chi sbaglia paga”?

È uno slogan cretino. Non vuole dire niente. In tutte le professioni il rapporto è fiduciario invece il giudice me lo trovo. Davanti a noi ci sono due parti: una perde e una vince, sempre. E poi se sbaglia un autista dipendente pubblico paga l’assicurazione, ma questa non è pagata dall’autista ma dallo Stato. Come gli autisti guidano una vettura non per divertirsi ma per lavorare, allo stesso modo noi guidiamo i processi per lavoro. E allora lo Stato ci paghi la polizza di assicurazione come fa con gli altri dirigenti.

Ritiene che la responsabilità civile sia incostituzionale?

Così per come è scritta adesso si; vi è già stata una dichiarazione di incostituzionalità dalla Corte costituzionale per la mancanza di un filtro sui ricorsi. Se non esiste un filtro la causa si fa. Poi magari sarà dichiarata inammissibile ma intanto l’avvocatura dello Stato mi chiede le informazioni, gli atti e bisogna scrivere una relazione. Insomma, si perde un sacco di tempo. Senza contare che, soprattutto i magistrati più giovani, si terrorizzano di fronte ad atti di citazione nei quali si chiedono cifre da capogiro che poi, se riconosciuti colpevoli, bisogna pagare di tasca propria allo Stato. Il rischio è lo schiacciamento dei magistrati sulla parte più forte: chi firmerà un decreto di sequestro per milioni di euro per poi essere chiamato a dover rispondere a cause milionarie? Uno rischia di svenire leggendo l’atto di citazione. Serve un filtro, non è la fondatezza della causa che fa paura ma la sua stessa esistenza. E in più si perde un sacco di tempo sottratto al lavoro del magistrato.

Quali sarebbero i temi da affrontare per migliorare la macchina della giustizia? Le sembra che il governo ha la volontà di affrontarli?

Il governo preferisce parlare di responsabilità civile e non ha nessuna volontà di affrontare i problemi veri. Il problema principale è la durata dei procedimenti però nessuno prova mai a spiegare perché i processi durano tanto. Non è colpa di una maledizione divina né dei 45 giorni di ferie dei magistrati (tra l’altro lo stesso numero di giorni di ferie dei marescialli dei carabinieri, ma questo è un altro discorso). Se un processo dura 4 udienze si potrebbe fare in 4 giorni, al netto di perizie, testimonianze eccetera. Ma se un giudice ha 2 mila processi da fare, con udienze a distanza di un anno una dall’altra, il processo dura 4 anni. Il problema è che ci sono troppi processi. Ogni anno in Italia si fanno più cause civili che in Francia, Spagna e Gran Bretagna tutte insieme.

Perché questi numeri spropositati?

Perché in Italia conviene non osservare la legge e così aumenta naturalmente il numero di chi non la osserva. Perché un debitore dovrebbe pagare subito un creditore se tanto può farlo dopo anni alla fine di una causa senza rimetterci nulla di più? Per quanto riguarda il processo penale: la Gran Bretagna ha 300 mila procedimenti all’anno, noi 3 milioni. E i detenuti in Gran Bretagna sono 100 mila, da noi erano 67 mila ora diminuiti. Non è che i processi servano solo a fabbricare detenuti ma è evidente che la nostra giustizia è una macchina gigantesca che gira a vuoto. Lo do un altro dato: ogni anno sui tavoli dei giudici italiani, fra pendenti e sopravvenuti, arrivano 9 milioni di processi tra civile e penale. Ogni processo ha almeno due parti ma alcuni molto di più: per esempio il processo Parmalat aveva 45mila parti civili. Calcolando un nucleo familiare medio di 4 persone significa che ogni famiglia di questo Paese è coinvolta in un processo. Nessun sistema giudiziario può reggere l’urto di un contenzioso di queste dimensioni. Il numero dei procedimenti va riportato al livello degli altri paesi. È una cosa tecnicamente facile ma politicamente impercorribile perché se si dimezzano i processi, a parità delle altre variabili, si dimezza anche il reddito degli avvocati. E lei può credere che una politica che non è stata in grado di venire a capo della debole lobby dei tassisti si possa mettere a sfidare la ben più potente lobby degli avvocati? Per questo il governo preferisce parlare di ferie e di altre cose che non servono a nulla. E poi c’è un altro aspetto serissimo che non si vuole affrontare…

Quale?

C’è una bomba sociale che prima o poi esploderà: in Italia ci sono 250 mila avvocati quando in Francia ce ne sono 47 mila. Un terzo degli avvocati dell’Unione Europea proviene dal nostro Paese. Quando mi sono laureato io il corso di laurea in Giurisprudenza era considerato elastico perché consentiva molta flessibilità di impiego. Ma ora la pubblica amministrazione non assume da 20 anni e banche, imprese e assicurazioni hanno tagliato tutto quello che si poteva tagliare. L’unico sbocco resta quello forense con conseguenze dirompenti. Cercano di frenare l’ingresso dalla fine facendo esami di Stato più duri ma non cambia nulla perché molti si iscrivono in Spagna, tornano in Italia e dopo tre anni si iscrivono all’albo senza aver superato l’esame di Stato. La verità è che la prima vera riforma della giustizia sarebbe una riforma universitaria. Servirebbe il numero chiuso come per Medicina. Da 40 anni a questa parte si parla di problemi della giustizia ma la situazione continua a peggiorare. Abbiamo raddoppiato la produzione e le risorse ma non è servito a niente perché il contenzioso è triplicato. La strada giusta non è quella di aumentare la produzione: più si lavora e meno si può dedicare a ciascun processo. E aumenta il rischio di errori.
@LorenzoLamperti

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