Il partito sbagliato

24 Gen

Raffaele Viglianti lascia il Pd. Lo dice nel suo blog, con un’amara lettera di saluto in cui spiega le ragioni della sua rinuncia. E a me dispiace molto, moltissimo, non solo perché comincio a non contare più quanti se ne vanno, ma perché Raffaele è stato davvero uno di quelli che non si è risparmiato. Un vero militante che ha lavorato instancabilmente, ha sacrificato tempo e soldi (suoi), ha creduto fino all’ultimo in un progetto e ora, sopraffatto dalla delusione, getta la spugna.

Confesso che capisco benissimo le sue ragioni. Anch’io sono stato fino all’ultimo dubbioso ed esitante se rinnovare o no la tessera e alla fine hanno prevalso il senso di responsabilità verso tanti altri amici e militanti, la testardaggine di non darla vinta a chi stava facendo di tutto per farmi sentire quasi un corpo estraneo, il credito di fiducia che ho accordato e accumulato negli anni senza che venisse soddisfatto.  Lo dico chiaramente: l’attuale visione del partito da parte dei vertici sembra guardare ai militanti come un utile accessorio, ma non certo come la parte viva e pulsante e la loro partecipazione (tanto conclamata nei documenti fondativi) è solo apparente.

Molto prima che nascesse l’attuale tendenza a definire ‘leader’ chi raccoglie maggior consenso dai media perché viene meglio in tv e magari ha anche il dono della parlantina sciolta condita di qualche battuta (competenze ed esperienze sono ovviamente un di più che non guasta, ma assolutamente non necessario), molto prima di questo, dicevo, il partito politico doveva comprendere i militanti al primo posto, seguiti dagli iscritti. Gli elettori venivano assai dopo, cioè quando veniva chiamata la tornata elettorale, ma completavano il quadro delle figure-chiave. Ognuna di esse rappresentava un’area: il militante l’ideale e la struttura operativa del movimento, l’iscritto l’interesse e il partito di massa, l’elettore l’emozione e l’ago della bilancia. Non lo dico mica io, l’ha scritto Duverger, ne ha parlato Weber.

Quando invece l’elettore è stato trionfalmente portato al primo posto, puntando su quella figura di leader di cui si è detto prima, è nato il partito personale, il partito “macchina di potere” come avrebbe detto Berlinguer o “pigliatutto” (come lo chiama Kirchheimer); è il partito dove il capo può tranquillamente anteporre le proprie idee (o interessi) agli ideali, mantenuti in vita artificialmente in una teca di cristallo sotto vuoto spinto: si possono solo ammirare (e rimpiangere). Questo modello di partito teorico, dove “partecipazione” viene intesa solo nel senso letterale di prender parte a un evento, a una manifestazione e null’altro, costruito su un vortice di promesse e proclami altisonanti, sul fascino mediatico,  su un vertice di comando clientelare – volto solo a manifestare fedeltà pur di mantenere i privilegi acquisiti – è l’antitesi perfetta dell’altro.

Non ha niente a che vedere col partito politico dove militanti ed iscritti, organizzati socialmente e territorialmente, provvedono ogni giorno a mantenere la causa in primo piano, stimolano l’evoluzione culturale, curano il confronto dialettico e fruttuoso delle idee, dove la passione politica si autoalimenta e dove il leader ne rappresenta la felice sintesi. Con questo modello di partito, è solo e sempre il Parlamento l’organo centrale della democrazia, il filtro tra popolo e governo, il luogo deputato a far emergere i migliori e i disinteressati, dove si discute del futuro della nazione e si creano le leggi a beneficio della collettività.

Nulla e nessuno potrà convincermi che non sia questo quello giusto e l’altro quello sbagliato.

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