Addio al re, viva il re

15 Gen

Mi era sfuggito questo commento di Andrea Colombo su il manifesto, ma rimedio subito, poiché ne condivido totalmente il senso.
Non ho mai nascosto i miei dubbi e le mie critiche circa l’interpretazione che Napolitano ha dato alla figura del Presidente, passeggiando con eccessiva disinvoltura sui limiti previsti e disposti dalla nostra Costituzione: ora il timore (o addirittura il pericolo) è che si sia creato un precedente che sarà difficile far dimenticare.

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Addio al re, viva il re

Quirinale. Ultimo giorno nel palazzo, «contento di tornare a casa». Ma continuando ad avere parecchia voce in capitolo nella politica italiana. Da oggi Giorgio Napolitano sarà l’ex capo dello Stato. Il prossimo «sarà un arbitro, non un giocatore», dice Renzi. Ma 9 anni difficilmente potranno essere messi tra parentesi, a meno di spogliare il presidente di quasi tutti i suoi poteri

Cala il sipa­rio sul pre­si­dente Gior­gio Napo­li­tano. Quello che oggi stesso sarà l’ex capo dello Stato ade­rirà al gruppo misto del Senato, avrà il suo uffi­cio e lo fre­quen­terà spesso, nelle occa­sioni impor­tanti, a par­tire dalla nomina del suo suc­ces­sore, inter­verrà in aula e sarà ascol­tato non solo con il rispetto che si deve a un pre­si­dente eme­rito ma con l’attenzione che spetta a chi con­ti­nuerà ad avere parec­chia voce in capi­tolo nella poli­tica ita­liana. L’uomo è cer­ta­mente «con­tento di tor­nare a casa», come ha dichia­rato ieri, ed è facile che alla fine abbia visto il Colle dav­vero «un po’ come una pri­gione». Non signi­fica che intenda riti­rarsi a vita com­ple­ta­mente pri­vata. Forse non ci riu­sci­rebbe nep­pure se ci pro­vasse. Troppo pro­fondo è il segno che lascia nella poli­tica italiana.

Gior­gio Napo­li­tano ha dimo­rato al Qui­ri­nale più a lungo di chiun­que altro nella sto­ria repub­bli­cana, e ha inter­pre­tato il pro­prio ruolo in modo molto vicino a quello di coloro che lo abi­ta­vano prima della Repub­blica: i sovrani. Quando Mat­teo Renzi afferma che il pros­simo pre­si­dente «sarà un arbi­tro, non un gio­ca­tore» intende dire che non sarà un nuovo re Gior­gio. Il toto-presidente diven­terà nei pros­simi giorni una tem­pe­sta. In realtà la sola idea di con­ti­nuare con i lavori par­la­men­tari come se nulla fosse è un po’ assurda e avrà ragione, se ci sarà, chi chie­derà di con­ge­lare tutto sino a nuovo pre­si­dente. Eppure, molto più del nome del pros­simo capo dello Stato, ci si dovrebbe inter­ro­gare sull’opportunità, e sulla pos­si­bi­lità stessa, di tor­nare indie­tro, di ripor­tare le lan­cette a prima del presidente-monarca. Que­sta è la vera par­tita che si sta già gio­cando die­tro la fac­ciata fatta di nomi, trat­ta­tive e conto dei fran­chi tiratori.

A elen­care le occa­sioni in cui il primo pre­si­dente ex comu­ni­sta ha spinto il suo ruolo fino al limite estremo, e secondo alcuni anche oltre, si per­de­rebbe il conto. Gior­gio Napo­li­tano è il pre­si­dente che nel 2010, di fronte a una mozione di sfi­du­cia nei con­fronti del governo Ber­lu­sconi con tante firme in calce da pre­fi­gu­rare con cer­tezza la caduta di quel governo, insi­stette per posti­ci­pare il voto, pur sapendo (e come avrebbe potuto igno­rarlo?) che così facendo offriva a un uomo molto potente la pos­si­bi­lità di acqui­stare come in un’orgia di saldi. E’ il pre­si­dente che, dimes­sosi Ber­lu­sconi nel 2011, non con­si­derò nep­pure alla lon­tana l’ipotesi di veri­fi­care come inten­desse pro­ce­dere il Par­la­mento «sovrano»: aveva già in tasca, e da parec­chio, la sua solu­zione di ricam­bio. Mario Monti era gra­dito a lui e all’Europa: tanto aveva da bastare, tanto bastò.

Quando, tra qual­che anno, com­men­ta­tori e gior­na­li­sti cor­ti­giani si sen­ti­ranno abba­stanza al sicuro da per­met­tersi di valu­tare con obiet­ti­vità la lunga età di re Gior­gio, non man­che­ranno di ricor­dare che si è trat­tato del primo, non­ché unico, caso di un pre­si­dente che inter­preta le sue fun­zioni tanto esten­si­va­mente da man­dare il Paese in guerra, nei deserti e intorno ai pozzi di petro­lio libici, senza pren­dersi il disturbo di far trarre il dado al governo o alle camere. E da sot­trarre al mede­simo Par­la­mento il diritto di deci­dere sulla scelta di spen­dere o no decine di miliardi, nel cuore di una reces­sione feroce, per rifor­nire il Paese degli aerei da guerra più costosi e peg­gio fun­zio­nanti del mondo.
Pas­sata la paura di pas­sare per gril­lino, qual­cuno tro­verà anche meno ovvio di quanto non sia apparso sinora che un arbi­tro e un «pre­si­dente di tutti» occupi sostan­ziosa por­zione del suo tempo per attac­care, denun­ciare e met­tere quo­ti­dia­na­mente all’indice il par­tito a torto o a ragione più votato dagli ita­liani nel 2011.

«E’ ora di tor­nare alla nor­ma­lità», que­sto è l’umore che si respira nei palazzi e cor­ri­doi dell’età ren­ziana. Alla nor­ma­lità, cioè a quando il capo dello Stato era un arbi­tro con fun­zioni di mera rap­pre­sen­tanza. Ma quel «prima» è una favola. Il primo cit­ta­dino, in Ita­lia, ha sem­pre avuto poteri enormi, e spesso li ha usati, a volte anche facendo tin­tin­nare scia­bole o spal­leg­giando ribal­toni. Il bivio non è tra un nuovo presidente-sovrano e il ritorno ai bei vec­chi tempi. Pro­prio per­ché la rivo­lu­zione intro­dotta da Gior­gio Napo­li­tano passa non per una modi­fica dei poteri del pre­si­dente ma per una loro inter­pre­ta­zione tanto ine­dita quanto allar­gata, que­sti nove anni non pos­sono essere messi tra paren­tesi. Un pre­si­dente che pro­vasse a «fare come prima», dopo Napo­li­tano, fini­rebbe di nuovo nei panni del sovrano.

Il bivio è dun­que tra ren­dere dav­vero la pre­si­denza della Repub­blica ita­liana una fun­zione for­male e di rap­pre­sen­tanza, come non è mai stata anche se molti hanno fatto cre­dere che lo fosse, o allar­gare ancora la brec­cia aperta da Napo­li­tano, e cer­ti­fi­care così defi­ni­ti­va­mente un ruolo del pre­si­dente tutt’altro che «arbi­trale».
Con i numeri di cui dispone la mag­gio­ranza, allar­gata a Fi, indi­vi­duare un pre­si­dente non sarebbe in sé dif­fi­cile. Quasi tutti i nomi che cir­co­lano potreb­bero andare bene. Arduo è invece deci­dere se imboc­care la strada di un pre­si­dente spo­gliato di quasi tutti i poteri oppure quella di un pre­si­dente nella migliore delle ipo­tesi diarca, e spesso sem­pli­ce­mente monarca. Come è stato Gior­gio Napolitano.

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