Lo dico da molto prima di De Bortoli e ho i testimoni

25 Set

Ottimi, per di più: molti miei ex-amici (ma molti di più amici tuttora) del Pd, per esempio. Gli ex sono in genere di quelli fulminati sulla via di Damasco, quelli che vista all’orizzonte la figura del leader si sono prontamente genuflessi e da allora non si sono più rialzati. Ci sono naturalmente anche coloro che si sono genuflessi più tardi, ma guarda caso, sono anche quelli che in realtà tanto amici non erano. Ma mi accorgo che sto divagando, anche perchè non ho molto da aggiungere a quello che il direttore a tempo determinato (lascerà il Corriere ad aprile del prossimi anno) ha pubblicato nel suo editoriale di stamattina.

Cioeè, un paio di cose voglio aggiungerle. La prima è che ho aspettato oggi a pubblicare questo post perché volevo sentire e leggere i commenti all’uscita di De Bortoli. E qui, qui e qui ne trovate qualcuno preso a caso. La seconda è che qualcosa di diverso da quello che affermavo io è stata detta e precisamente nella conclusione. Indovinate cos’è. Poi se vi va ne parliamo.
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 Renzi tema soprattutto se stesso

Il nemico allo specchio

di FERRUCCIO DE BORTOLI

Devo essere sincero: Renzi non mi convince. Non tanto per le idee e il coraggio: apprezzabili, specie in materia di lavoro. Quanto per come gestisce il potere. Se vorrà veramente cambiare verso a questo Paese dovrà guardarsi dal più temibile dei suoi nemici: se stesso. Una personalità egocentrica è irrinunciabile per un leader. Quella del presidente del Consiglio è ipertrofica. Ora, avendo un uomo solo al comando del Paese (e del principale partito), senza veri rivali, la cosa non è irrilevante.

Renzi ha energia leonina, tuttavia non può pensare di far tutto da solo. La sua squadra di governo è in qualche caso di una debolezza disarmante. Si faranno, si dice. Il sospetto diffuso è che alcuni ministri siano stati scelti per non far ombra al premier. La competenza appare un criterio secondario. L’esperienza un intralcio, non una necessità. Persino il ruolo del ministro dell’Economia, l’ottimo Padoan, è svilito dai troppi consulenti di Palazzo Chigi. Il dissenso (Delrio?) è guardato con sospetto. L’irruenza può essere una virtù, scuote la palude, ma non sempre è preferibile alla saggezza negoziale. La muscolarità tradisce a volte la debolezza delle idee, la superficialità degli slogan. Un profluvio di tweet non annulla la fatica di scrivere un buon decreto. Circondarsi di forze giovanili è un grande merito. Lo è meno se la fedeltà (diversa dalla lealtà) fa premio sulla preparazione, sulla conoscenza dei dossier. E se addirittura a prevalere è la toscanità, il dubbio è fondato.

L’oratoria del premier è straordinaria, nondimeno il fascino che emana stinge facilmente nel fastidio se la comunicazione, pur brillante, è fine a se stessa. Il marketing della politica se è sostanza è utile, se è solo cosmesi è dannoso. In Europa, meno inclini di noi a scambiare la simpatia e la parlantina per strumenti di governo, se ne sono già accorti. Le controfigure renziane abbondano anche nella nuova segreteria del Pd, quasi un partito personale, simile a quello del suo antico rivale, l’ex Cavaliere. E qui sorge l’interrogativo più spinoso. Il patto del Nazareno finirà per eleggere anche il nuovo presidente della Repubblica, forse a inizio 2015. Sarebbe opportuno conoscerne tutti i reali contenuti. Liberandolo da vari sospetti (riguarda anche la Rai?) e, non ultimo, dallo stantio odore di massoneria. Auguriamo a Renzi di farcela e di correggere in corsa i propri errori. Non può fallire perché falliremmo anche noi. Un consiglio: quando si specchia al mattino, indossando una camicia bianca, pensi che dietro di lui c’è un Paese che non vuol rischiare di alzare nessuna bandiera straniera (leggi troika). E tantomeno quella bianca. Buon lavoro, di squadra.

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