Lo Stato innovatore. Mariana Mazzuccato a Matteo Renzi

9 Ago

Mariana Mazzuccato è professore di Economia dell’innovazione all’Università del Sussex. Un altro Mariana Mazzuccatobrillante cervello emigrato all’estero per insegnare una materia che qui da noi sarebbe vista con sospetto. E’ conosciuta e stimata internazionalmente: dopo la pubblicazione del suo libro “The Entrepreneurial State: debunking private vs. public sector myths” (uno dei libri dell’anno per il Financial Times, pubblicato  in Italia da Laterza come “Lo Stato innovatore”) la sua fama si è ulteriormente accresciuta.

Ma qual è la tesi tanto rivoluzionaria che lei sostiene? Nel suo sito (dove è anche pubblicata una presentazione che la Mazzuccato fece a Trento il 14 maggio al Festival dell’Economia) essa viene così sintetizzata.

L’impresa privata è considerata da tutti una forza innovativa, mentre lo Stato è bollato come una forza inerziale, troppo grosso e pesante per fungere da motore dinamico. Lo scopo del libro che avete tra le mani è smontare questo mito.
Chi è l’imprenditore più audace, l’innovatore più prolifico? Chi finanzia la ricerca che produce le tecnologie più rivoluzionarie? Qual è il motore dinamico di settori come la green economy, le telecomunicazioni, le nanotecnologie, la farmaceutica? Lo Stato. È lo Stato, nelle economie più avanzate, a farsi carico del rischio d’investimento iniziale all’origine delle nuove tecnologie. È lo Stato, attraverso fondi decentralizzati, a finanziare ampiamente lo sviluppo di nuovi prodotti fino alla commercializzazione. E ancora: è lo Stato il creatore di tecnologie rivoluzionarie come quelle che rendono l’iPhone così ‘smart’: internet, touch screen e gps. Ed è lo Stato a giocare il ruolo più importante nel finanziare la rivoluzione verde delle energie alternative. Ma se lo Stato è il maggior innovatore, perché allora tutti i profitti provenienti da un rischio collettivo finiscono ai privati?

Oggi, su Repubblica, è apparsa una sua lettera al Presidente del Consiglio, Renzi (la trovate qui sotto).  Il curioso è che nel suo sito inglese la lettera è più lunga e corposa (la si trova subito dopo quella pubblicata oggi): esigenze di spazio di Repubblica? Non lo so, ma l’importante è che chi può, faccia un confronto. Così come è molto più importante, comunque, che Renzi faccia sue le indicazioni contenute nella lettera, metabolizzi gli stimoli presenti nel libro e prepari quanto prima un piano organico e completo per la ripresa economica, lasciando un attimo da parte le tentazioni di riforma delle istituzioni, che gli conferiranno sì potere ma non aiuteranno di un centimetro la ripresa, sempre più la prima e vitale necessità per il Paese.

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Caro premier, ecco cosa può fare lo Stato

di MARIANA MAZZUCATO

CARO presidente,
ho visto dai giornali che lei ha comprato il mio libro “Lo Stato Innovatore” e questo mi ha suggerito l’idea di scriverle una lettera. L’Italia a crescita bassa è tornata in prima pagina. Una delle tesi del libro è che per tirarsi fuori da questo marasma è indispensabile rendersi conto di dove sta il problema.Il problema non sta in un settore pubblico “burocratico” che in qualche modo ostacola la crescita di un settore privato altrimenti dinamico e innovativo. Il problema è che, in assenza di un settore pubblico dinamico e innovativo, la crescita nel settore privato è impossibile da ottenere.

Partiamo dal contesto: i problemi dell’Italia non derivano da un eccesso di dimensioni e di spesa riferito al settore pubblico, ma dal fatto che questo non è sufficientemente attivo e in realtà non spende quanto i suoi principali concorrenti in tutti gli ambiti fondamentali che determinano la crescita della produttività (e quindi la crescita a lungo termine del Pil), ossia capitale umano, istruzione, ricerca e tecnologia.

Il deficit italiano prima della crisi si attestava sotto la media Ue. Ma se la produttività (e quindi il tasso di crescita del Pil) è quasi ferma da 20 anni per l’assenza di investimenti di questo genere, anche con un deficit relativamente basso il quoziente debito/ Pil può continuare ad avere una crescita esponenziale (perché il denominatore è statico).

Che fare? È proprio questo l’oggetto del libro. Cosa intendo per Stato Innovatore? Intendo uno Stato che sia disposto a pensare in grande e capace di farlo, che sappia attirare i migliori cervelli nelle sue varie branche, gettare per primo le basi in nuovi fondamentali comparti ad alto rischio, che solo successivamente attireranno il settore privato. Che sia capace anche di costruire un sano rapporto simbiotico, non parassitario, tra i settori pubblico e privato, così che la crescita conseguente non sia solo “intelligente”, ma anche più inclusiva.

Nel libro ricorro all’esempio dell’iPhone per sfatare i luoghi comuni sulla Silicon Valley. Tutte le tecnologie che rendono così “intelligente” quel telefono sono state finanziate negli Usa dal settore pubblico: Internet, Gps, touch screen e persino la nuova Siri a comando vocale. Lo stesso vale per le biotecnologie, le nanotecnologie e la frattura idraulica (per l’estrazione dello shale gas), tutti settori industriali frutto di decenni di investimenti pubblici che hanno preceduto gli investimenti privati.

Steve Jobs era ovviamente un genio, ma al pari di altri imprenditori statunitensi, ha “surfato” le gigantesche onde create dallo Stato. In molti paesi europei oggi non sono i surfisti a mancare, ma l’onda. E l’onda serve non solo nei comparti ad alta tecnologia, ma anche in settori affamati di rinnovamento e trasformazione, come il tessile, l’industria automobilistica e l’agricoltura.

Vale anche per l’arte, che diventerà un vero patrimonio nazionale solo quando sarà posta al centro di una strategia di crescita che utilizza i poteri della rivoluzione informatica per diffonderla e divulgarla a livello internazionale.

Il settore pubblico, ovviamente, non può fare da solo. Serve un settore privato altrettanto impegnato. Oltre ad avere uno dei tassi più bassi di spesa pubblica in R&S (riferito al Pil) l’Italia registra anche uno dei livelli più bassi di spesa privata nel settore. La responsabilità non è imputabile alla “normativa”, ma all’assenza di una sana tensione tra Stato e imprese. Un valido esempio?

La Fiat attualmente non investe in motori ibridi in Italia, ma lo fa negli Stati Uniti perché Obama lo ha posto come condizione per il salvataggio dell’industria automobilistica. Ecco un altro mito che va a farsi benedire: gli Stati Uniti, la patria del libero mercato, che impongono le politiche industriali al settore privato.

E non è certo un caso unico. Il mitico Bell Labs, uno dei laboratori di ricerca privata più innovativi, al centro della rivoluzione informatica, nacque da un teso negoziato tra lo stato e At&t, all’epoca un monopolio, in cui lo stato esigeva che gli utili privati fossero reinvestiti nell’economia “reale”, in aree che creassero beni pubblici.

Anche se il libro non si incentra sulle società a capitale pubblico, bensì sul rapporto tra i settori pubblico e privato, esamina con occhio critico il genere di strategie che portarono alla nascita dell’Eni e dell’Iri, che ebbero effettivamente un ruolo chiave negli anni d’oro dell’Italia, quando agivano in accordo con la loro missione e attiravano manager di massimo livello.

Da pubbliche, ma indipendenti e guidate da esperti, furono un successo. Una volta divenute semplice appendice dei partiti politici smisero di funzionare  –  diventando il problema, non la soluzione. In realtà, ironicamente, fustigando lo Stato e spacciando la privatizzazione come panacea sarà estremamente difficile attrarre le competenze che queste istituzioni pubbliche richiedono, oggi come allora.

A capo del Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti poco tempo fa c’era un fisico premio Nobel, Steven Chu. Ha fondato Arpa-e a cui ha dato l’incarico di promuovere e finanziare la ricerca e lo sviluppo delle energie rinnovabili, come fece a suo tempo la Darpa per Internet. Anche la Germania oggi cresce non perché “tira la cinghia” ma perché ha una banca pubblica strategica, la KfW, che offre capitale paziente alle imprese e ai settori più innovativi- e di istituzioni finanziate dallo Stato come la Fraunhofer, che creano le connessioni tra scienza e industria mancanti in Italia.

Spero che queste riflessioni la incoraggino a cambiare il modo di parlare di politica economica in Italia, abbandonando i soliti discorsi che si trascinano pigri, come se il problema stesse solo nel togliere la burocrazia, nelle riforme del mercato del lavoro, e del fisco. Per arrivare invece a un dibattito nuovo che sproni i settori pubblico e privato ad un maggiore impegno mirato agli investimenti e alla crescita guidata dall’innovazione.

Il bonus di 80 euro al mese è indubbiamente utile a molte famiglie in condizioni difficili, ma per una crescita a lungo termine dei redditi, che abbia effetti decisivi sulla domanda dei beni di consumo e sul tenore di vita, è necessaria una strategia di innovazione industriale che porti più posti di lavoro, e soprattutto ne migliori la qualità.

(09 agosto 2014)

E questa è la versione in inglese.

Dear Matteo,

I was very happy to see that my book Lo Stato Innovatore was amongst the books you bought this week (Italian translation of The Entrepreneurial State). Given the increasingly difficult situation of the Italian economy, I thought that it might be useful for you to receive a quick summary of the main points, and the lessons for Italy. This might even give you some extra time to read a proper novel rather than an economics text during your much needed vacation.

Italy’s low growth is again in the headlines today. A key thesis in the book is that to get out of this mess it is essential to dig deep and realize that the problem is not, as is often assumed, the way in which the ‘bureaucratic’ public sector is somehow impeding the growth of what is otherwise a dynamic and innovative private sector. But that without a dynamic innovative public sector, we simply cannot get growth in the private sector.

First, the context: Italy’s problems stem not from having a public sector that is too large and spends too much, but one that is not active enough and indeed does not spend as much as its lead competitors in all the key areas that determine productivity growth (hence long run growth in GDP):  human capital, education, research, and technology. Italy’s deficit  before the crisis was lower than the EU average. But if productivity (and hence the growth rate of GDP) is at a near standstill for 20 years due to the lack of these investments, even a with a relatively low deficit, the debt/gdp ratio can continue to grow exponentially (because the denominator is static).

The book is about what to do.  So what do I mean by Stato Innovatore? I mean a state that is able and willing to think big, to attract the top minds into its different departments, to lead the way in laying the foundation in key new high risk areas that only later attract the private sector—when profits are in sight. And also to build a healthy symbiotic, not parasitic, relationship between the public and private sectors, so that the growth that ensues is not only ‘smart’ but also more inclusive. This is key for a country like Italy that today not only lacks serious innovation but is also an increasingly unequal society.

In the book I use the example of the iPhone to debunk the usual story told about Silicon Valley.  Every technology that makes that phone so ‘smart’ was funded by the public sector in the USA: Internet, GPS, touchscreen display, and even the new voice activated SIRI. The same is true for the biotechnology, nantotechnology, and even fracking (shale gas), all industries fruits of decades of public investments that preceded business investment. While Steve Jobs was of course a genius, he like other US entrepreneurs, the latest being Elon Musk (who received a $500 million guaranteed loan from Obama for his Tesla S car), have surfed massive waves laid down by the state. What is missing in many European countries today is not so much the surfers but the wave. And this wave is needed not only in high-tech areas, but also in areas that are starving for renewal and transformation, like textiles, automobiles, and agriculture.  And even the arts, that will become a real national treasure only when central to a growth strategy that uses the powers of the IT revolution for its diffusion and international dissemination.

While there is much emphasis on venture capital as being essential to innovation, the truth is that what is needed is not any kind of finance but patient long term committed finance. Venture capital, with its focus on an early ‘exit’ (via an IPO or buyout) is fine for gadgets but not for the radical transformative innovations—in all sectors— that require much more patience and commitment. Indeed, it is typical in the US for venture capital to finance firms only after they have received this type of patient finance from the government. And in the emerging economies today, it is not venture capital that is leading the way, but active innovation focused state investment banks like the China Development Bank (funder of two of its leading companies, Huawei in telecommunications and Yingli in renewables), or the Brazilian Development Bank. And of course the success of countries like Germany is not so much that they ‘tightened their belts’ (dogma) but that they have the kind of strategic patient finance in their state bank, the KfW, as well as publicly funded institutions like the Fraunhofer that create the science-industry links that Italy lacks.

And the public sector cannot act alone of course. It needs an equally committed private sector. Italy has not only one of the lowest ratios of public spending on R&D (relative to GDP) but also one of the lowest private spending.  This is not due to ‘regulation’ but lack of a healthy tension between state and business. A good example? Fiat today does not invest in hybrid engines in Italy, while in the USA it does. Why? Because , Obama made it a condition for his bailout of the auto industry. And this is another big myth to debunk: in ‘market led’ USA, industrial policy is alive and well. Indeed, even the famous Bell Labs, one of the most innovative private sector research laboratories, at the heart of the IT revolution, came out of a tense negotiation between the state and AT&T a monopoly at the time, with the state insisting that the private profits were reinvested back into the ‘real’ economy in areas that created public goods. Indeed, isn’t.

Even though I do not focus on state owned companies in the book, but the relationship between the public and private sectors, there are also lessons for the kind of strategies that led to the development of ENI and IRI, which were indeed key to Italy’s golden age when they were mission driven and attracted the highest level managers. When public but independent, and expert driven, they were a success. Once they became a simple appendage of party politics, they no longer worked—becoming the problem not the solution. Indeed, the irony is that by constantly bashing the state and pretending that the key to everything is privatisation, it will be extremely hard to attract the kind of expertise that such public institutions required in the past and require today. The US Department of Energy was recently run by a Nobel Prize winning physicist, Steve Chu. He set up ARPA-E to do for renewable energy what DARPA did for the Internet.  He is succeeding. Persons of his level were key for the Silicon Valley miracle.

These stories should make it clear that the point is not public vs. private but what kind of public and what kind of private a nation needs to achieve innovation led growth. And the answer is that Italy needs a more courageous visionary investment driven public sector, and a more committed private sector, and a relationship between the two that is symbiotic and not parasitic. I encourage you to change the political-economic conversation in Italy away from the usual lazy one that pretends that the problem lays only in reforms of the bureaucracy, labor markets and tax to one that asks both the public and the private sectors to increase their commitments to investment and innovation led growth. And while the monthly 80 euro bonus is surely needed for many desperate families, long run increases in incomes which will make a real difference to consumer demand and life-style, require such an industrial-innovation strategy that increases not only jobs but also the quality of jobs.

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2 Risposte to “Lo Stato innovatore. Mariana Mazzuccato a Matteo Renzi”

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  1. Solo quattro anni sprecati? Magari | un filo rosso - 20/08/2014

    […] a sostenere le imprese con indicazioni e progetti, a rilanciare la scuola e la ricerca: come dice Mariana Mazzuccato, lo Stato diventi innovatore e imprenditore. L’alternativa la conosciamo già, anzi siamo […]

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  2. Per favore Matteo, leggi subito il libro della Mazzuccato | un filo rosso - 16/08/2014

    […] aveva comprato il suo best seller “Lo Stato innovatore”, la Mazzuccato gli ha scritto una lettera : fossi in lui, non starei a perder tempo e la chiamerei subito nello […]

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