Lettera di un israeliano indignato, di Uriel Kon

9 Ago

Questa lettera mi ha fatto pensare che c’è ancora una speranza, nonostante tutto e nonostante il profondo pessimismo di Uriel, perché Israele possa un giorno guardare la realtà che le sta intorno con occhi diversi e aprire una strada per la pace e la convivenza. Ripubblicandola, ringrazio sentitamente il blog Lineadifrontiera su cui è apparsa e il mio amico Giancarlo Minicucci che me l’ha segnalata.

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23/07/2014

Vergogna, rabbia e impotenza. Questo è ciò che provo a vivere dentro o accanto alla società israeliana: per la maggior parte un cumulo di individui che hanno subìto un sistematico lavaggio del cervello, sin da piccoli. Cervelli lavati e lavatori di cervelli professionisti; oppressori che in qualche modo sono riusciti a sviluppare un meccanismo di autoconvinzione, una totale insensibilità di fronte alla sofferenza altrui – tutto ciò unito a un indelebile sentimento di superiorità, paradossalmente misto a ignoranza, volgarità e razzismo virulento. Razzismo e discriminazione, praticati sia sul piano personale sia su quello istituzionale.

Una società come quella israeliana, che non ha mai voluto né cercato la pace, è destinata a scomparire. È questo il destino ultimo delle democrazie etniche.

Parlare diventa pericoloso.

I giornali e i siti di informazione in ebraico raccontano la guerra in un modo che non lascia spazio ai dubbi. Le notizie vengono enunciate come piccoli pezzi di un discordo d’indottrinamento, ripetuto come un mantra nei bar, nei locali, nelle università, di padre in figlio, di ufficiale in soldato.  Ed è per questo che non ci sono spazi vuoti nell’immaginario locale, quasi non esiste la sinistra, né la critica: abolite. L’autocritica è tradimento. Lo sguardo di odio e di piacere del sabra israeliano di fronte agli attacchi di terra e ai bombardamenti è lampante.

Pochi minuti fa ho incontrato un amico argentino. Tutti e due pensiamo che con la maggior parte dei sabra sia impossibile parlare. Gli sguardi cambiano, gli roteano occhi, si rovesciano all’indietro; sembrano zombie. Amarezza e rudezza sono innate in loro, ma è l’odio che le fortifica. Per loro la guerra, tutte le guerre d’Israele, sono morali, non si potevano evitare. Sono guerre imposte dal nemico. Loro sono l’oasi del Medio Oriente, sono il miracolo, sono gli eletti. O alla Ney Matogrosso: sono la rosa di Hiroshima.

Sparano e piangono. Piagnucolano mentre uccidono e costruiscono nuovi insediamenti nei territori occupati. Non vogliono uccidere ma lo fanno. Vogliono la pace in guerra. E ci credono!

Non si inganni chi visita Tel-Aviv, mondo di pantaloncini corti, pop americano e polisessualità. Dietro ai giardinetti curati, alla gente che pattina o porta a spasso il cane, dietro alla mediocre letteratura locale a cui piace leggersi in trame infantili e piccole tragedie quotidiane, dietro alle boutique esclusive e all’ambiente corporativo e artistico si nascondono una perversità guerrafondaia, una santificazione della morte propria o altrui e si venera l’eterno consenso alla conquista e all’oppressione.

Ma queste chiacchiere piene di aggettivi vogliono essere un’esortazione: esorto i miei amici, quelli che in qualche modo sono cresciuti – come me – nelle comunità ebraiche dell’America Latina, con quel tocco di sinistra yiddish , con quella gioia di vivere, circondati da esseri umani diversi, sedotti dalla diversità. Perché  è arrivato il momento di prendere con forza le distanze da Israele: separare finalmente l’ebraismo dalla dottrina nazionale di questo paese finito. Al contrario di ciò che abbiamo imparato a scuola: il sionismo è razzismo. Il sionismo è anche una forma di antisemitismo. Il progetto dell’ariano-israeliano è fallito e nel suo fallimento, come il nazismo durante le ultime settimane di guerra, vuole eliminarci tutti – vuole far saltare tutti i ponti. Vuole morire nell’odio automatico e nella passione erotica per la guerra.

Non sostenere più Israele. Non dare più soldi perché i soldi sono e saranno utilizzati per piantare alberi sui villaggi palestinesi distrutti. Perché i soldi servono per continuare a costruire l’infrastruttura degli insediamenti nei territori occupati annullando così qualsiasi piano di divisione territoriale. Perché il sostegno è usato per uccidere persone, assassinare bambini, testare nuove armi, crescere nuovi soldatini zombie privi di idee indipendenti.

Guardare in faccia questa gente, soprattutto in periodo di guerra, fa paura. Sono volti di persone che quando sentono l’espressione “diritti umani” hanno la nausea. Per loro i diritti umani sono antisemiti. Proprio loro, che sono i primi antisemiti del mondo, quelli che si prendono gioco di chi non vive in Israele e lo considerano subumano. Loro che usano la storia del popolo ebraico come pretesto per uccidere. E tutto questo per creare un paese così insulso, così povero di creatività, di umanesimo, di letteratura, di immaginazione. Loro che hanno creato un paese in cui i militari sono eroi culturali. Un paese in cui le donne, per avere la parità di diritti, si convertono e imitano gli uomini. La donna liberata è la donna-uomo, quella che rinuncia alle sue qualità per entrare nelle confraternite maschili. Il cui mondo interiore si è rifiutato di immaginare un territorio pacifico in cui la vita, la creazione e la gioia prendano il posto dell’erotismo della violenza.

Come vivo in questo paese? Come accettare l’idea che le mie tasse finanzino in qualche modo il mantenimento di un sistema oppressivo e antidemocratico? Sono cose che chiedo da diversi anni. Un tempo avevo la narcisistica e innocente convinzione che qualcosa potesse cambiare e che io potessi contribuire a questo cambiamento. Ma l’unica soluzione praticabile è una nuova emigrazione, atto di per sé complicato, benché non impossibile. Credo che si stia avvicinando la realizzazione di quest’atto.

Questo paese è finito ed è una vergogna. Siamo una vergogna. Non voglio vivere con la vergogna a cui mi hanno condotto le mie scelte di adolescente.

 

Uriel Kon (1975) è un argentino di origina ebraica che vive in Israele dal 1998, all’inizio in un kibbutz e poi nella città di Gerusalemme.
Ha studiato e insegnato architettura e urbanistica, lavorando anche a progetti cittadini. È stato critico musicale e direttore artistico di alcuni festival di jazz.
Negli ultimi otto anni ha diretto delle collane di letteratura e ha pubblicato in ebraico la maggior parte della letteratura latinoamericana. Da due anni, insieme a Shora Hefer, ha fondato la casa editrice indipendente ZIKIT, che pubblica narrativa letteraria europea e latinoamericana. Zikit, sia sul piano editoriale sia sul piano della critica, ha avuto una gran ripercussione che ha segnato un rinnovamento nel mondo culturale israeliano.
Uriel proviene da una famiglia ebrea laica, vicina al sionismo. Tuttavia, da quando è emigrato e si addentrato nella realtà israeliana, ha sviluppato una posizione critica e del tutto contraria rispetto alla dottrina fondativa dello stato. La sua critica è ben visibile negli articoli sulla letteratura, l’architettura e la controcultura pubblicati in ebraico, così come nel suo lavoro editoriale.

 

Traduzione di Stefania Marinoni

Dopo la maturità scientifica a Brescia, mi sono trasferita a Pisa per studiare filosofia e tanto tedesco. Mentre preparavo la tesi, la traduzione di un saggio dallo spagnolo per ETS edizioni mi ha fatto scoprire la mia vera passione. Ho frequentato un Master in traduzione all’Università di Siena, fatto qualche revisione per Voland e iniziato a collaborare con gran vía, per la quale ho tradotto il mio primo romanzo: Se vivessimo in un Paese normale di Juan Pablo Villalobos. Ora sono iscritta al corso “Tradurre la letteratura”, organizzato dalla Fondazione Universitaria San Pellegrino di Misano Adriatico.

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