Varsavia 1943 – Gaza 2014

6 Ago

“Quello a cui siamo di fronte oggi è un triste spettacolo: i discendenti delle vittime nei ghetti cercano di trasformare la striscia di Gaza in un ghetto che sfiora la perfezione (accesso bloccato in entrata e uscita, povertà, limitazioni). Facendo sì che qualcuno prenda il loro testimone in futuro”.

Questa risposta di Zygmunt Bauman nell’intervista a Repubblica mi ha fatto venire in mente una lettera che idealmente Debora Billi ha scritto a Marek Edelman, il comandante della resistenza nel ghetto di Varsavia durante la rivolta del 1943, pubblicata nel blog Politicamente corretto. Eccola.

 

Silenzio intimato a Marek Edelman, capo della rivolta del Ghetto di Varsavia.

Mila 18, Gaza City. Pubblicato da Debora Billi alle 09:52 in Guerra

-Nella foto: "Banditi uccisi in battaglia" (didascalia originale)-

-Nella foto: “Banditi uccisi in battaglia” (didascalia originale)

Caro Marek,
qualcuno disapproverà questa mia. Ma io sento il diritto di scriverti, perché sei stato uno degli eroi della mia gioventù. Il subcomandante Marek Edelman, socialista, capo della rivolta del ghetto di Varsavia. Ho sognato sulle tue gesta: lette mille volte, mille volte sognando che la storia cambiasse in quelle righe sotto i miei occhi e alla fine tu vincessi contro un nemico orribile e probabilmente invincibile. Non è mai accaduto: la rivolta del ghetto è stata repressa una volta e per tutte.
Qualcuno forse non conosce la vostra epopea. Eravate in 50.000, gli ebrei rimasti a resistere nel ghetto dove vi avevano rinchiusi. Vi avevano tolto l’elettricità, tagliato i rifornimenti, la gente moriva di fame. Unico respiro, i tunnel e i bunker che avevate scavato, per portare cibo e armi dall’esterno e nascondervi sotto i furiosi bombardamenti.
L’Europa assistette impotente a una vigliaccata: l’esercito più forte del mondo che seppelliva sotto una pioggia di fuoco le vostre case, riducendole ad un mucchio di macerie. C’erano i bambini a combattere con voi, donne e bambini, e i nazisti, come prescritto, vi chiamavano “banditi”. La parola “terroristi” ancora non si usava.
Avete resistito due mesi. Due mesi sotto tiri di artiglieria, carriarmati per le strade, persino attacchi aerei. Due mesi a fabbricare bombe con quel che c’era in casa, due mesi in cui ragazzini straccioni ed eroici le lanciavano in testa agli invasori tenendoli a bada, due mesi nel bunker quartier generale in via Mila 18 a progettare una resistenza impossibile eppure unica nell’Europa schiacciata dal tacco nazista.
E dopo tanti anni, Marek, sei riuscito ancora una volta a sorprendermi. Ti ho cercato in rete, e ho scoperto che sei ancora in vita. Mi ha sorpreso apprendere che vivi in Polonia, a Lodz: sei riuscito a non odiare, a non scappare, cuor di leone.
Ma più di tutto mi ha sorpreso (e non avrei dovuto) apprendere che in Israele ti chiedono di non parlare, neppure alle commemorazioni della battaglia del Ghetto. Nel 2002 hai scritto ai capi palestinesi, indirizzando la tua “Ai comandanti dell’esercito palestinese, delle operazioni paramilitari e partigiane, e a tutti i soldati delle organizzazioni combattenti”. Vecchio cuore di resistente, hai dimostrato che chi ha combattuto contro un oppressore mille volte più forte non dimentica, e soprattutto è incapace di distinguo davanti all’ingiustizia. Non esiste cultura, religione, popolo che leghi: l’appartenenza è una e una sola e prescinde anche dai legami di sangue.
Mi auguro, Marek, che esistano ancora nel mondo dei resistenti come te, di quelli che non conoscono altra bandiera che la giustizia e la libertà. E mi auguro che tanti sappiano prendere esempio dalla tua vita, ispirarsi alle tue gesta. E soprattutto, che chi di dovere si ricordi di ciò che hai fatto per il tuo popolo, quando era costretto a mandare bambini a lanciare tubi di stufa.

 gaza3-

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