L’affare Mineo: verso il partito Poco Democratico?

15 Giu

In senso formale, l’allontanamento del senatore Mineo dalla Commissione Affari costituzionali del Senato non fa una grinza, dicono gli interessati. Ed, almeno apparentemente, hanno ragione.
Dice infatti il Regolamento del Senato, Capo VI (Delle Commissioni permanenti, della Giunta per gli affari delle Comunità europee e delle Commissioni speciali e bicamerali), all’ articolo 31, comma 2:

Ciascun Gruppo può, per un determinato disegno di legge o per una singola seduta, sostituire i propri rappresentanti in una Commissione, previa comunicazione scritta al Presidente della Commissione stessa.

Come è noto, il presidente dei senatori PD, Zanda, non ha fatto altro che applicarlo nei confronti del dissidente Mineo, in quanto – questa la posizione ufficiale –  adottata una decisone nelle assemblee del Gruppo, tutti i suoi componenti devono adeguarvisi. Sarà, ma  me qualcosa non torna e non mi riferisco certo a quanto malignamente hanno ricordato taluni, circa il ben diverso atteggiamento dello stesso Zanda in un caso simile, se non uguale. Riferisce infatti Il Tempo.it, che nel luglio del 2012 “il gruppo del Pdl inviò una lettera all’allora seconda carica dello Stato Schifani per chiedere la sostituzione in Vigilanza Rai del senatore Amato, che aveva dichiarato l’intenzione di votare in difformità da quanto deciso dal gruppo. I numeri vacillavano, la maggioranza di centrodestra rischiava di andare sotto in commissione. Di qui la decisione di rimuovere il senatore dissidente. Il Pd gridò allo scandalo. Zanda quel 4 luglio dichiarò: «Le modalità con cui il senatore Schifani sta esercitando le funzioni di presidente del Senato vanno totalmente censurate sotto ogni profilo: istituzionale e regolamentare. La sostituzione in commissione di Vigilanza Rai del senatore Paolo Amato è del tutto illegittima. Il Regolamento prevede la sostituzione di un commissario solo in caso di sue dimissioni, incarico di governo o di cessazione per mandato elettorale. Il senatore Amato non si è dimesso ed è quindi tuttora legittimo commissario della Vigilanza, checché ne dica il presidente Schifani». La cosa poi finì lì, conclude la cronaca,  “solo perché poi Amato dichiarò in aula l’intenzione di dimettersi «spintaneamente».

No, ripeto, non mi riferisco a quell’episodio, anche se mi piace ricordare che a Zanda si unì nelle proteste la senatrice Finocchiaro, nota per la sua inossidabile fedeltà alla maggioranza del suo partito, quale che essa sia. Mi riferisco invece ad un altro documento, nella fattispecie importante quanto se non più del Regolamento del Senato e cioè al Regolamento del Gruppo dei senatori del PD. Quel che interessa è contenuto tutto all’articolo 2 (Principi di funzionamento del Gruppo) e fa nascere più di un dubbio circa l’effettivo confronto delle idee consentito all’interno del Pd, nonostante si tratti di uno dei suoi principi fondativi. Al comma 1, infatti, si dichiara che:

1. Il Gruppo riconosce e valorizza il pluralismo interno nella convinzione che il continuo confronto tra ispirazioni diverse sia fattore di arricchimento del comune progetto politico.

Quindi, mi vien da ritenere che il dissenso, quando portatore di opinioni che possano arricchire il “comune progetto politico” sia visto addirittura positivamente. Resta da definire se sia stato interpretato in questo senso dai vertici del partito, ma ciò è (o dovrebbe essere) comunque inifluente.

Non basta. Il comma 3 (è ciò va a onore degli estensori del Regolamento, i quali tuttavia non potevano immaginare gli sviluppi di questi giorni). afferma:

3. Il Gruppo riconosce e garantisce la libertà di coscienza dei Senatori, con particolare riferimento alla incidenza delle convinzioni etiche o religiose dei singoli nella sfera delle decisioni politiche. Esso promuove, anche su questi temi, il confronto tra le diverse sensibilità e la ricerca di orientamenti comuni.

Bello no? E il concetto della libertà di pensiero, seguendo il dettato del ben noto art. 67 della Costituzione sulla libertà di mandato) viene ulteriormente ribadito dal comma 5:

5. Su questioni che riguardano i principi fondamentali della Costituzione repubblicana e le convinzioni etiche di ciascuno, i singoli Senatori possono votare in modo difforme dalle deliberazioni dell’Assemblea del Gruppo ed esprimere eventuali posizioni dissenzienti nell’Assemblea del Senato a titolo personale, previa informazione al Presidente o ai Vice Presidenti del Gruppo.

Ora bisogna fare attenzione. Occorre infatti leggere il testo con cura, perchè c’è da interpretare. Personalmentete io lo intendo così: premesso che sia pacifico  che su determinate questioni il senatore XY può votare in modo diverso da quanto deliberato nell’Assemblea del Gruppo, la domanda è “dove”? Cioè, nella stessa Commissione o in Senato?
Io propendo per la prima sede, cioè in Commissione, perchè la seconda, il Senato, è chiaramente specificata nel periodo che segue, laddove si afferma  che l’eventuale posizione dissenziente del singolo può essere espressa, appunto, “nell’Assemblea del Senato“. E c’era bisogno di ripeterlo? Certamente no, qualora si fosse trattato sempre della medesima; certamente sì, se si volevano differenziare le due, la Commissione e il Senato stesso.

Questa mia interpretazione (lo confermo) lascia tuttavia il tempo che trova. A me interessava ribadire che di democrazia, nel PD, comincia a d essercene un pò meno. E ho cominciato a pensarlo quando ho sentito il mio segretario affermare, per la prima volta, “prendere o lasciare”.  Lo stesso stile adottato nel caso di cui si parla, per cui viene anche da domandarsi a che servano le assemblee del Gruppo dei senatori: un portavoce comunichi quale la posizione o la decisione da adottare e stop. Chi non si adegua venga sostituito.

A chi può interessare comunico che comunque non ho nessuna intenzione di lasciare. A meno che l’acronimo non diventi sul serio, come adombrato nel titolo di questo post, PD = Poco Democratico.

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