Lo scadente esordio di Renzi – Il nuovo Presidente del Consiglio è largo di promesse ma povero nei dettagli*

2 Mar

Quando un politico con un’inclinazione al populismo assume un incarico, forma un governo e rivela il suo programma, in genere deve avere qualcosa con cui compiacere tutti. Così pare sia a prima vista per il nuovo Presidente del Consiglio, Matteo Renzi.

Otto dei 16 ministri che ha presentato il 21 febbraio erano donne, tra cui il primo ministro donna della Difesa, Roberta Pinotti, e Federica Mogherini, che a 40 anni è il più giovane ministro degli Esteri dal 1936. L’età media del suo gabinetto (47 anni) è perfino più bassa di quella del suo predecessore, Enrico Letta.  E comprende anche decisioni per rassicurare imprenditori e investitori: Pier Carlo Padoan, che è stato capo economista dell’OCSE, è ministro dell’Economia e Federica Guidi, già presidente dei giovani industriali, ministro dello Sviluppo economico. Non manca neppure l’immaginazione: gli Affari regionali sono andati ad un sindaco che ha resistito alla mafia calabrese.

Quando però ha chiesto il voto del Parlamento, al Presidente del Consiglio è capitato qualcosa che impensierirebbe chiunque. Il 25 febbraio ha ricevuto un voto di fiducia alla Camera dove il suo Partito Democratico ha una forte maggioranza. Ma il giorno prima, al Senato, dove la maggioranza è ridotta, ha ricevuto 169 voti a favore e 135 contro, il che non rappresenta una sicurezza nel fragile sistema italiano.

Molti senatori, alcuni del suo stesso partito, sono rimasti sconcertati dai modi in un certo senso arroganti di Renzi. Ha infranto la tradizione parlando a braccio e tenendo per qualche tempo la mano in tasca, poi informando perentoriamente i suoi ascoltatori che sarebbero rimasti disoccupati (il suo progetto è di trasformare il Senato in una Camera delle Regioni, sul modello del Bundesrat tedesco).  Quando un membro dell’opposizione ha obiettato a questi modi, si è sentito rispondere che “probabilmente perché siete sempre più lontani dal modo di parlare della gente là fuori”.

Il problema più grosso, tuttavia, è la mancanza di particolari nel discorso di Renzi.  Ha promesso una riforma al mese da qui a giugno: quella sul lavoro, sulla burocrazia e sul sistema fiscale. Ma non ha messo polpa nella scarna proposta per un nuovo contratto di lavoro, o sull’estensione a tutti del sussidio di disoccupazione. Ha parlato invece di un taglio di 10 miliardi del cuneo fiscale (tasse sul reddito e contributi sociali), di un programma di edilizia scolastica di “diversi miliardi” come del pagamento dei crediti dei privati verso lo Stato, stimato in oltre 100 miliardi. Non c’è stato però nessun reale chiarimento su come Renzi intenda trovare queste risorse.
Impensierito da questi primi impegni di Renzi, Olli Rehn, commissario per gli Affari economici dell’UE, ha già dato un primo altolà. Ma non sarà confortato dal commento del Presidente del consiglio alle Camere che vuole un’Europa “dove l’Italia non va a ricevere istruzioni per sapere cosa deve fare”.

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 * Questa non è una nota mia (come qualche malizioso potrebbe pensare), ma la fedele traduzione di un articolo dell’Economist del 1° marzo. Sì, ricordate bene: quello stesso settimanale inglese che ha criticato ferocemente per anni Berlusconi, definendolo, quando è stato più gentile, “inadatto a governare”.

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