Michele Ainis: per migliorare l’efficienza del Governo occorrono nuove regole

1 Mar

Non è la prima volta che concordo col professor Ainis e le sue acute osservazioni. Questo editoriale sul Corriere della Sera di oggi  che riporto integralmente qui sotto non fa eccezione: ormai la via della decretazione è usurata oltre misura e ha dimostrato tutti suoi difetti. Intervenire sulle procedure, per renderle più efficienti, è la strada giusta.
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Troppi decreti poche decisioni

Nuove regole o sarà paralisi

di Michele Ainis

Il decisionista, in Italia, è sempre un decretista. Detta legge per decreto, sicché ci inonda di decreti legge. Ne fu campione Berlusconi, con 80 decreti nei suoi 42 mesi di governo; e certamente Renzi non sarà da meno. Non a caso ha evitato di replicare l’incauta promessa del suo predecessore. Quando ottenne la fiducia, Enrico Letta dichiarò che avrebbe riesumato la centralità del Parlamento, e dunque della legge, in luogo del decreto; invece ha fatto le valigie per una crisi extraparlamentare, dopo aver firmato 25 decreti in 10 mesi. La sua colpa? L’avarizia: ne ha scritti troppo pochi. E infatti la prima decisione del gabinetto Renzi veste i panni del decreto, quello adottato ieri per scongiurare il default della Capitale.

Proprio il salva Roma, tuttavia, ci impartisce una lezione. Siamo al terzo colpo di fucile: gli altri due hanno sparato a vuoto. Prima per le critiche di Napolitano rispetto a un decreto che era diventato un fritto misto; poi per l’ostruzionismo di Lega e M5S. Perciò in entrambi i casi il governo ha battuto in ritirata, mentre i suoi decreti svanivano come bolle di sapone. Qui difatti casca l’asino, anzi il decreto. Perché ogni decreto va convertito in legge dalle Camere entro 60 giorni, e perché ogni conversione si traduce in una perversione del decreto, sfigurandone l’aspetto originario. Quando va bene, quando non succeda viceversa che il tempo scada invano. E succederà sempre più spesso, dato che il Parlamento non ha tempo. Per dirne una, il messaggio alle Camere di Napolitano – trasmesso l’8 ottobre – verrà discusso il 4 marzo: 5 mesi d’attesa, quanto ci tocca pazientare per una visita in un ambulatorio Asl.

Da qui un paradosso: l’eccesso di decisioni paralizza qualsiasi decisione. Se i decreti sono troppi s’intralciano a vicenda, intasano le assemblee parlamentari, rendono l’ostruzionismo un’arma vincente. Ma senza decreti non si decide, e perciò non si governa. Possiamo salvarci da questo paradosso senza romperci l’osso? Sì, possiamo: con una corsia preferenziale sulle iniziative legislative del governo. Insomma leggi, non decreti. Per restituire al sistema qualche grammo d’efficienza, per restaurare la perduta autorità del Parlamento. Ma a questo scopo urge una riforma: quella dei regolamenti parlamentari. La Camera ci ha già messo mano, la presidente Boldrini ci ha messo la faccia. Dopo 7 mesi di lavoro della Giunta, la riforma sta per approdare in Aula; e speriamo che non faccia la stessa fine dei decreti.

D’altronde non c’è solo da sveltire l’iter legis ; c’è altresì da riannodare il filo spezzato fra noi e loro, fra popolo votante e popolo votato. In vista di quest’obiettivo, correggere i regolamenti non è meno importante che correggere la Costituzione o la legge elettorale. Due soli esempi. Primo: il trasformismo. C’erano 6 gruppi parlamentari alla Camera; in meno d’un anno sono diventati 8, con una girandola di scissioni e ricomposizioni. Vietiamo la girandola, avremo qualche capogiro in meno. Secondo: le leggi popolari. Fin qui ne sono state presentate 27, ma laggiù nessuno se le fila. Frustrante, anzi incavolante. Il nuovo regolamento ci metterà una pezza, e sarebbe pure l’ora. Nel frattempo è l’ora di Renzi, della sua avventura di governo. Ma senza la riforma dei regolamenti, rischia di concludersi con un déjà vu : «Non mi hanno fatto governare». Almeno questa no, l’abbiamo già sentita. E siamo già abbastanza risentiti.

Corriere della Sera, 1 marzo 2014

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