Contro le slot finalmente un’arma per i Comuni: la sentenza del TAR di Genova

7 Feb

Il Tar conferma: il Comune può decidere sulle sale gioco

Il Tar conferma: il Comune può decidere sulle sale gioco

E’ un’arma senza dubbio efficace,  e da questo momento i Comuni, solo che lo vogliano, potranno attivarla nella lotta al gioco d’azzardo legalizzato che tanti danni sta apportando alla società italiana. Non ci si stancherà mai di denunciare le nefaste e tragiche conseguenze della diffusione di questa moderna pestilenza: famiglie disgregate, anziani e giovani psicologicamente dipendenti, la spesa sanitaria per la cura della ludopatia salita a oltre 5 miliardi (sì, miliardi). E tutto questo nella colpevole indifferenza di governo e Parlamento. Solo gli enti locali – principalmente i Comuni – sembrano essere consapevoli dell’emergenza e si oppongono come possono all’arrogante e minaccioso dilagare del gioco d’azzardo.

Così è stato a Genova, dove l’assessore alla Legalità e diritti del Comune di Genova, la coraggiosa Elena Fiorini, ha affrontato la battaglia con un regolamento sul gioco tendente a disciplinare l’apertura delle sale slot e contrastare il fenomeno delle ludopatie.
Il regolamento – secondo Repubblica Genova – era stato impugnato con ben 15 ricorsi dai gestori dei mini casinò: la normativa impone infatti una distanza minima di 300 metri dai luoghi sensibili come scuole o parchi pubblici e perfino stabilimenti balneari, e anche una distanza minima di 100 metri da sportelli Bancomat. Il Tar ha infatti ritenuto legittimi i procedimenti sia in base ai principi della Corte Costituzionale che alla competenza dei comuni in materia di regolamenti. Legittima anche la decisione di definire luoghi sensibili altre realtà come gli stabilimenti balneari, come previsto nell’ordinanza comunale. Unico punto censurato, quello degli orari: secondo il Tar non può essere definito tramite regolamento comunale, ma è necessaria un’apposita ordinanza sindacale.  “Su quel punto c’è una soccombenza più formale che sostanziale – ha dichiarato l’assessore Fiorini – Si dice che non è legittimo per il Consiglio comunale introdurre limiti di orari ma che si devono piuttosto fornire dei criteri, delle linee guide. E che lo strumento più adatto è un’ordinanza del sindaco, che è uno strumento anche più agevole”.

“Una decisione articolata dove il Tar fa richiamo alle esigenze di tutela della sicurezza dell’incolumità e della salute e siamo soddisfatti perché vuol dire che ci stiamo muovendo nella strada giusta”  – ha proseguito la Fiorini – “E’ un nuovo tassello che si aggiunge alla legge regionale per arginare il fenomeno dei mini casinò proprio di supporto ai cittadini e di supporto alle tante istanze che ci sono state da parte della cittadinanza per non vedere le persone coinvolte e rovinate dal gioco”, ha chiarito l’assessore. “E’ fondamentale ma noi auspichiamo che molti comuni ci seguano su questa strada perché credo che l’amministrazione genovese sta facendo vedere che si può fare”, ha quindi concluso l’assessore Fiorini e ha ribadito: “Quella di oggi è una sentenza importante e articolata che va a toccare una serie di aspetti e riconosce la piena competenza ai Comuni a disciplinare l’esercizio del gioco sul loro territorio e che non c’è invasione di competenze statali”.

Questa la sentenza, pubblicata dall’agenzia DIRE:

“ A conferma dell’orientamento recentemente espresso con sentenza nr. 158/2013, il ricorso è infondato e va respinto e ciò rende privo di interesse l’esame delle eccezioni in rito variamente formulate dall’Amministrazione resistente” scrivono i giudici del Tar Liguria.

“La prima deduzione difensiva, con la quale si lamenta l’incompetenza del dirigente comunale all’adozione del provvedimento di diniego di installazione delle macchine di raccolta di gioco lecito di tipo “videopoker” relativamente agli aspetti disciplinanti la relativa localizzazione ai sensi della LR nr. 17/2012, va respinta con semplice richiamo alla sentenza nr. 158/2013 che ha già chiarito come tale competenza sussista ai sensi dell’art. 107 TUEL, applicabile al caso di specie trattandosi di atto ampliativo della preesistente autorizzazione commerciale per la rivendita di alcuni generi di monopolio e riconducibile al genus di cui all’art. 86 del RD 773/1931.

La seconda deduzione difensiva, secondo cui la disciplina di cui alla LR n. 17/2012 non troverebbe applicazione per le rivendite di tabacchi, è infondata, attesa la circostanza ampiamente evidenziata negli scritti difensivi del Comune di Genova, secondo cui la medesima LR distingue espressamente tra “sale giochi” e “gioco lecito nei locali aperti al pubblico” (cfr. art. 1, comma 2, che disciplina l’ambito di applicazione) e si propone, tra i suoi obiettivi, di regolamentare la distribuzione delle apparecchiature per il gioco lecito sul territorio, nell’ambito delle competenze spettanti alla Regione in ordine alla tutela della salute e delle politiche sociali, al fine di prevenire il vizio del gioco anche se lecito, condizioni, queste, cui è del tutto razionalmente preordinata una disciplina uniforme che non avrebbe senso limitare esclusivamente alle sale giochi solo perché le rivendite dei tabacchi hanno già, nel proprio patrimonio, la possibilità di rivendere altri generi di giuochi e scommesse (che non sono omogenei a quelli per cui è causa, considerate le differenze strutturali anche in termini di impatto psicologico individuale sull’utenza).

Questi ultimi argomenti conducono il Collegio a dover ritenere la manifesta infondatezza dei vari profili di incostituzionalità della norma che sono stati prospettati dalla parte ricorrente e che quest’ultima ripropone assumendo che non sarebbero stati trattati nella sentenza della Corte Costituzionale nr. 300 del 10 novembre 2011.

In particolare, è manifestamente infondato il primo motivo di illegittimità dedotto al capo nr. 4 del ricorso, con il quale si contesta la razionalità della previsione legislativa nella parte in cui colpirebbe immotivatamente le rivendite dei tabacchi che già operano in settori di gioco (come le lotterie, i gratta-e-vinci etc.) a discapito di altri locali, e con il quale si contesta altresì che la limitazione dei 300 metri dai luoghi di culto implicherebbe discriminazione religiosa: in tutta evidenza, la limitazione spaziale non colpisce alcune rivendite a discapito di altre, ed è ispirata alla tutela di determinati luoghi solo in ragione della normale utenza che vi fa capo, con evidenti implicazioni di ordine sociale che non assumono a proprio oggetto di tutela protezione di sentimenti religiosi o altri presupposti discriminanti.

Che poi l’uso delle macchine sia interdetto ai minori degli anni 18, come prospetta parte ricorrente, non ha attinenza con la disciplina delle distanze da luoghi come le scuole, dal momento che quest’ultima attiene ad un diverso profilo inerente profili di salvaguardia fattuale degli interessi che il legislatore vuole tutelare.

Analoghe considerazioni vanno quindi svolte per l’ulteriore aspetto di irrazionalità della legge che secondo parte ricorrente (al punto 4.2 del ricorso) sarebbe da ravvisarsi nella indimostrata incidenza delle distanze sulle esigenze di protezione della sicurezza urbana, viabilità, inquinamento acustico e quiete pubblica: l’installazione di macchine da gioco, già in tesi, è volta ad aumentare i servizi rivolti alla clientela delle rivendite come quella del ricorrente, e dunque astrattamente idonea ad incidere sulla quantità della clientela, con conseguente non manifesta irrazionalità della disciplina regionale.

Quanto sopra indicato circa la corrispondenza tra la disciplina delle distanze e le finalità di prevenzione sociale che la legge esplicitamente raffigura consente poi di respingere l’ultimo argomento con il quale parte ricorrente vorrebbe evidenziarne l’illegittimità costituzionale, perché non sussiste alcuna interferenza in profili di legislazione statale, che assolve invece ad altri requisiti di tipo soggettivo e di tutela dell’ordine pubblico.

Da ultimo va affrontato l’ argomento di censura secondo cui la disciplina delle distanze di cui alla LR in esame sarebbe inerente la materia della disciplina tecnica di rilievo comunitario.

Anche tale argomento di censura va respinto, dal momento che la disciplina tecnica afferisce alla dimensione ontologica del prodotto e delle sue caratteristiche di offerta, non alla localizzazione che è questione esterna ad esso e meramente territoriale, quindi estranea alle materie indicate.

Per tutte queste ragioni, dunque, il ricorso è infondato e va respinto.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Liguria definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo rigetta.

Condanna parte ricorrente alle spese di lite che liquida in euro 2.000,00”.

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2 Risposte to “Contro le slot finalmente un’arma per i Comuni: la sentenza del TAR di Genova”

  1. Roberto Roby S Sabato 07/02/2014 a 6:34 pm #

    Non si combatte con le distanze la ludopatia,avvisate la signora fiorini che chiunque sia maggiorenne puo’ scommettere e giocare alle slot sul proprio tablet o cellulare anche stando a scuola,in chiesa.al cimitero,affianco al bancomat e seduto comodamente sullo sdraio al mare…POLITICI INCOMPETENTI !!!!!!!!!!!

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    • pierofil 08/02/2014 a 12:59 am #

      Roberto, Elena Fiorini sarà perfettamente consapevole – ne sono certo – che si tratta solo di un primo passo verso l’obbiattivo di contenere l’espansione delle slot. Potendo agire solo sul suo territorio lo ha fatto e la reazione dimostra che ha fatto bene.
      Quanto al gioco on-line, converrai che non è materia per un assessore: solo il parlamento può agire sulla questione.

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