Cosa sta succedendo con la Banca d’Italia? Una risposta di Claudio Lombardi

30 Gen

Banca d’Italia vendesi?

La legge 262 del 2005 stabilisce che la Banca d’Italia è “istituto di diritto pubblico”. Però ha un capitale sociale che è detenuto quasi interamente da soggetti privati (banche). La stessa legge prevede il trasferimento delle quote allo Stato o ad altri enti pubblici (articolo 19, comma 10). Per disciplinare le modalità del trasferimento, si sarebbe dovuto varare un regolamento entro il 2008. Ad oggi non vi è traccia del regolamento.

Ci sono invece le norme approvate ieri. Cosa dicono?

Il capitale della Banca d’Italia viene rivalutato dai 156mila euro attuali a 7,5 miliardi. La rivalutazione viene pagata con le riserve della Banca stessa. Il valore delle singole quote passa da 0,52 euro a 25mila euro. Sulle quote possedute la legge di stabilità prevede che le banche azioniste debbano pagare un’imposta una tantum del 12% (lo Stato ci guadagnerebbe 900 milioni di euro).

Le nuove norme stabiliscono anche che nessun socio possa detenere oltre il 3% del capitale di Banca d’Italia. Dunque, le banche che oggi poscapitale banca d'Italiasiedono di più dovranno mettere in vendita la parte eccedente il 3% (su cui comunque non possono percepire dividendi). Chi sono e quanto hanno gli azionisti sopra il 3% ? Eccoli: Intesa Sanpaolo (circa il 30%); Unicredit (22%), Assicurazioni Generali (6%), Cassa di Risparmio di Bologna, Inps e Banca Carige. Tutti dovranno vendere a banche, assicurazioni e fondi pensioni italiani o alla stessa Banca d’Italia le quote eccedenti il 3% che, essendo rivalutate per legge, porteranno nelle loro casse miliardi di euro cioè con soldi pubblici si finanzieranno le banche private.

Certo che è strano che la Banca d’Italia sia di proprietà delle banche private (e di assicurazioni e fondi pensioni) sulle quali la Banca stessa esercita poteri di sorveglianza e di sanzione. Bisogna ricordare, comunque, che l’ingresso delle banche oggi private risale a quando erano tutte di proprietà pubblica. La stranezza però rimane.

Ora, se c’è una “azienda” in Italia che deve essere in mano pubblica questa è la Banca d’Italia. L’attività della regolamentazione, vigilanza, politica monetaria e così via richiede la massima indipendenza della banca centrale rispetto ai soggetti regolati. E certo è difficile che vi sia piena indipendenza se la proprietà è degli stessi soggetti controllati.

Anche sul prezzo vi è poi da ridire. Da calcoli fatti da economisti su http://lavoce.info sembra che la rivalutazione disposta per legge sia di molto superiore alla rivalutazione del capitale in base ai coefficienti Istat di rivalutazione monetaria. Infatti applicando tali coefficienti si arriverebbe a 1,30 miliardi di euro che potrebbe salire a 1,7 miliardi se si applicasse un altro metodo di calcolo che tenga conto dei dividendi.

L’ assetto attuale appare irrazionale perché la Banca d’Italia produce beni pubblici non commerciabili sul mercato e dovrebbe avere un unico azionista pubblico. Lo statuto della Banca dovrebbe, ovviamente, tutelarla dalle maggioranze politiche che volessero forzare l’utilizzo delle riserve, ma il modo migliore non è certo quello di fare della Banca una public company di proprietà di istituti finanziari e assicurativi. Più razionale sarebbe inserire in Costituzione lo status di indipendenza della Banca.

Quale è allora il senso dell’operazione rivalutazione del capitale? Evidentemente quello di mettere nelle casse delle banche proprietarie di quote eccedenti il 3% i capitali derivanti dalla loro partecipazione a Bankitalia e di permettere in futuro che anche altri partecipanti liquidino le loro quote vendendole o ad altri privati o alla stessa Banca d’Italia.

Claudio Lombardi
30 gennaio 2014

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