Il Porcellinum grugnisce, non cambia verso (4)

22 Gen

IL PERICOLO PORCELLINUM

dI GIANLUIGI PELLEGRINO
la Repubblica di m
ercoledì 22 Gennaio 2014 

C’è un rischio grande che deve preoccupare innanzitutto Matteo Renzi. Che la montagna del volano riformatore che ha meritoriamente innescato, alla fine non partorisca un topolino.
E dopo tanti buoni propositi, dall’inguardabile Porcellum si passi al beffardo Porcellinum. Ed allora per poter giudicare quel che accade è bene guardare con attenzione il merito delle cose che in fondo è più semplice di quanto possa apparire.
Non esiste una legge elettorale buona per sempre. Per questo non è blindata in Costituzione.
Oggi, nell’Italia sfregiata dal Porcellum e immobilizzata dal ventennio berlusconiano, l’esigenza è buttare alle spalle gli orrori principali della legge porcata e di conciliare al meglio rappresentanza e governabilità.
Quali siano stati gli sfregi del Porcellum è presto detto. Un sistema di liste bloccate che ha sfigurato il Paese sin dentro al midollo, elevando a sistema istituzionale l’abbandono del merito  e delle competenze. Un moltiplicatore di mediocrità e di decadenza che ci ha dato non solo i peggiori parlamenti che la storia recente ricordi, ma anche, a cascata, un precipizio di qualità a tutti i livelli, corpi di vertice e intermedi.
Bisogna allora stare lontani mille miglia da qualsiasi ipotesi di liste ancora una volta bloccate, corte o lunghe che siano. Perché comunque mantengono intatti i caratteri peggiori a prescindere da ogni valutazione di costituzionalità. Chi vuole votare il quarto della lista è costretto a sostenere anche gli altri, espressione magari di pura fedeltà alle segreterie dei partiti con il rischio peraltro che solo quelli risultino eletti. Così il voto viene letteralmente scippato all’elettore.
Ma c’è di più:le liste bloccate mortificano ogni ambito di autonomia dei parlamentari, riducendoli a quella schiera di soldatini che ha solennemente proclamato “Ruby rubacuori nipote di Mubarack”. Né vale impegnarsi a svolgere le “parlamentarie” che si sono già rivelate una bufala (e sono state l’inizio della sconfitta del Pd alle ultime elezioni) per la banale ragione che le primarie sono strumenti forgiati per designare un candidato, non già un’untuosa classifica consegnata poi a vergognose notti di lunghi coltelli nelle segreterie nazionali e regionali (come avvenuto a febbraio). Né si dica che l’alternativa sarebbero le preferenze, appiccicose e nefaste, quando la soluzione semplicissima è quella già sperimentata per il Senato ancor prima del mattarellum e per le province, senza patchwork da inventare, come giustamente ha sottolineato Massimo Giannini: collegi piccoli e uninominali fermo tutto il resto dell’impianto tracciato da Renzi. In quel caso sì le primarie svolgerebbero la loro precipua funzione e i parlamentari tornerebbero ad essere degni del ruolo e del mandato.
La seconda gigantesca anomalia del Porcellum è stata l’assenza di soglia per accedere al premio di maggioranza. Un buco nero nel tessuto democratico sanzionato dalla Consulta, che ancora deforma Camera e Senato. Il progetto del segretario del Pd registra senz’altro quest’esigenza insieme a quella della governabilità e meritoriamente prevede un secondo turno nazionale per legittimare l’assegnazione del premio con il raggiungimento di almeno il 50% più uno dei voti. E però poi, con una contraddizione davvero macroscopica stabilisce che invece al primo turno per prendere tutto e sfuggire alla verifica del ballottaggio, basta un ben modesto 35%. Sul punto, persino a prescindere dal rinnovato contenzioso costituzionale che ciò inevitabilmente innescherà, il paradosso è che risulta più legittimato democraticamente chi vince al secondo turno da chi dovesse prevalere al primo. Peraltro una soglia così bassa scatena le pressioni e i ricatti dei piccoli partiti vanificando proprio uno degli obiettivi che Renzi ha detto di voler perseguire e premiando a dismisura la capacità berlusconiana di fare una nuova ammucchiata pur di tornarem a vincere contro ogni previsione e con il voto di poco più di un elettore su tre.
In realtà se un sistema giustamente prevede il secondo turno, deve coerentemente stabilire che ad escluderlo possa valere solo il raggiungimento, al primo passaggio, di una soglia coerente con quella previsione; e quindi se non del 50% come avviene nei comuni e come sarebbe dovuto, almeno molto prossima a quell’indice di democraticità. Basti ricordare che il regime fascista impose la famigerata legge Acerbo che fissava la soglia al 25% non lontana dal 35 che ora sorprendentemente si prospetta. E la “legge truffa” fu chiamata così pur prevedendo il premio solo alla metà più uno dei voti.
Né si dica che liste bloccate e soglia bassa sarebbero stati prezzi chiesti dal Cavaliere in cambio del doppio turno, perché questo addebitare agli altri i peggiori compromessi al ribasso è stato il triste leit motive della palude della larghe intese a partire dal colpo di spugna sulla concussione. In realtà Berlusconi non è mai stato contrario al ballottaggio nazionale (congeniale del resto ad ogni partito liederistico) ma solo al doppio turno alla francese limitato all’interno del collegio, pertanto non ha fatto nessuna concessione.
In conclusione non esistono ragioni, almeno ostensibili, per non mantenere l’intesa effettuando però le due piccole decisive correzioni nel senso dell’uninominale al primo turno e soglia democratica per il premio. Passa a ben vedere da qui il confine sottile tra la riforma che serve e il rischio di una beffa per i cittadini ben poco utile al sistema Paese. Oggi può sfuggire ai non addetti ai lavori, ma davanti alla scheda il pasticcio sarebbe svelato.Con Grillo che già si frega le mani.

 

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