Renzi (cioè il PD) e i diritti civili

4 Gen

Leggo su PRIDE questa attenta analisi di Simone Alliva e confesso di doverla condividere.
Non è da ieri che il Pd soffre di una incertezza fisiologica quando tocca parlare di diritti civili dei gay, si tratti di matrimonio o di adozione. Un’incertezza che non è certo sintomo positivo su questioni che per la gente comune di cui mi sento di far parte sono ampiamente superate: su questi argomenti la società italiana (salvo qualche sacca di resistenza isolata qua e là) è molto più avanti della sua classe dirigente. Come fu ai tempi del divorzio e dell’aborto, quando  proprio i vertici del Pci che, sospettosi e inquieti per intuibili motivi interni, erano (a torto) contrari, furono clamorosamente sconfessati.
In definitiva, penso che – anche di fronte all’atteggiamento dichiaratamente contrario delle destre (di governo e non) – sarà opportuno che il segretario del Pd esca dalla sua incertezza. Prima lo farà e meglio sarà.
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Renzi il timido

di Simone Alliva
il 1 gennaio 2014

Matteo Renzi, l’uomo che nemmeno un anno fa aveva perso la sfida con Bersani, a dicembre, con un plebiscito, ha conquistato la guida del Partito Democratico. Nell’analisi del suo percorso politico è impossibile, o quasi, però prevedere quale strada intenda imboccare sui diritti glbt. La sua campagna elettorale con i colori rosso, bianco e blu richiamava quella presidenziale di Barack Obama che ha fatto degli stessi diritti una bandiera e una promessa mantenuta. E Renzi?
I primi segnali preoccupanti sono arrivati all’alba del suo mandato nella scelta della segreteria politica, e cioè delle persone che avranno l’onere di dettare la linea del partito. È composta da cinque uomini e sette donne, tutti giovanissimi, ma nessuno di loro ha assunto la nomina di responsabile diritti civili. Una svista? A oggi l’unico a “cancellare” i diritti dalla sua segreteria è stato Guglielmo Epifani, ma quello del suo predecessore era un gruppo destinato a durare pochissimo, da maggio a dicembre, giusto il tempo di traghettare il partito al congresso. L’assenza di una nomina ai diritti civili non è passata inosservata nella comunità glbt che ha timidamente protestato.
Il compito di sedare il malcontento è toccato all’onorevole omosessuale Ivan Scalfarotto, deputato PD, renziano e già protagonista della discutibile gestione di un progetto di legge contro l’omofobia che, grazie agli accordi al ribasso tra il suo partito e il centro-destra, si è trasformata in un progetto omofobo.
Il giorno dopo le primarie al programma radiofonico Un giorno da Pecora Scalfarotto ha dichiarato che le unioni sono “una priorità” e confermato che il nuovo segretario “si è impegnato per le unioni civili”, che si faranno “subitissimo” insieme “alle adozioni per le coppie gay e lesbiche nel giro di due mesi o tre”.
Ma per capire meglio quello che pensa concretamente il nuovo segretario del Partito Democratico dei diritti glbt, e il contributo che potrebbe dare alla causa, è sufficiente ripercorrere a ritroso la sua storia politica che raramente ha incrociato quella della comunità arcobaleno. Il 29 ottobre 2010, durante la trasmissione Le Invasioni Barbariche su La7, il sindaco di Firenze esprimeva nettamente la sua contrarietà al matrimonio tra coppie dello stesso sesso: “Io sul matrimonio non sono d’accordo. Perché, in sostanza, non sono d’accordo sull’adozione dei figli.”
Due anni dopo, nel 2012, durante il confronto tv tra i candidati alle primarie di quell’anno, Renzi, prometteva confusamente unioni civili “sul modello inglese o tedesco”, le civil partnerships, sostenendo, in barba al parere di giuristi insigni e alla giurisprudenza, che il matrimonio egualitario in Italia imporrebbe una revisione costituzionale.
Quanto alle adozioni gay, oltre a proporre una revisione della legge, ammise: “È un tema ancora non sciolto”. Non sciolto o meno il tema sbuca tuttavia in un’intervista concessa, due mesi prima del confronto televisivo al portale Gay.it in cui il sindaco di Firenze dichiarava: “Sull’adozione non sono d’accordo”. A fine novembre dello stesso anno un altro cambio di rotta, sempre per bocca del fedelissimo Ivan Scalfarotto che alla stampa promette: “Oltre alla civil partnership per le coppie omosessuali, Matteo Renzi si è impegnato a far sì che un bambino possa essere legalmente adottato anche dal compagno del genitore biologico”.
Ma veniamo al 2013. Renzi è l’unico dei candidati delle primarie a non menzionare mai gli omosessuali nel suo documento congressuale. Nel secondo capitolo dell’atto, intitolato Il PD deve cambiare verso all’Italia, il suo sì generico ai diritti è un capolavoro di retorica: “la libertà di ogni persona di compiere le proprie scelte, anche le più intime e fondamentali decisioni della vita, può convivere in armonia con la libertà di ciascuno […] è possibile costruire un Paese avanzato sul tema dei diritti civili, senza alcuna paura di cancellare la nostra identità e le nostre radici culturali”.
Durante il confronto fra i tre candidati delle primarie per la segreteria del PD, andato in onda su Sky nel novembre scorso, Renzi è stato sollecitato ancora una volta su adozione e unioni delle coppie gay e ha finalmente ammesso: “Io su questi temi sono timido. Le proposte sono tre: civil partnership alla tedesca, per non impantanarsi sulla questione matrimonio perché non la faremo nemmeno stavolta. Legge sull’omofobia, ossia legge Scalfarotto da portare al Senato e approvare in maniera definitiva. E stepchild adoption.” e cioè adozione dei figli naturali del partner in una unione civile stando almeno ai provvedimenti presi nei paesi del nord Europa. Ma che cosa intenda Renzi per step child adoption non ci è dato sapere.
Insomma sul neo segretario aleggia una sinistra ambiguità. O dovremmo meglio dire timidezza.

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