Milena Gabanelli fa il punto della situazione politica. E ha ragione.

4 Gen

 L’ultimo giorno dell’anno Milena Gabanelli ha fatto il punto della situazione sul Corriere della sera con il suo stile asciutto e puntuale, come giornalista e come cittadina. Sono certo che gli italiani che hanno letto questo suo editoriale non hanno potuto che convenire, magari con diversi gradi di sentimento e con sensazioni diverse: chi indignato e chi rassegnato, per capirci.
Sta di fatto che il governo Letta, dopo aver assimilato – se mai lo farà – questo grido di protesta (perché tale è), dovrebbe farsi un esame di coscienza e cominciare a intraprendere altre strade: l’inflazione è ferma e con lo stop dei consumi si rischia la deflazione, cioè il definitivo ripiegarsi su sè stessa della nazione. E poi una vera riforma del lavoro, della giustizia, della burocrazia, intervenire con decisione sulla corruzione e sui danni all’ambiente, una vera e consistente riduzione dei costi – non solo della politica – attuata prima di tutto con una profonda e severa razionalizzazione.
A quest’ultimo proposito la Gabanelli fa un esempio (uno) ed è la Rai: lo fa perchè conosce l’azienda, ha una certa competenza in materia e segnala alcune aree di spreco o dove si potrebbe risparmiare abbondantemente. D’altra parte, non è certo un mistero che la Rai sia principalmente un centro di spese con un bilancio fragile e tremolante dovuto in massima alle incompetenze e agli assalti succedutisi negli anni dei partiti
.
Bene (o male: dipende dai punti vista): di fronte a questo panorama l’Usigrai, il sindacato dei giornalisti Rai, non concede un minimo di attenzione alla denuncia del sistema (e come rappresentante dei professionisti dell’informazione dovrebbe farlo, a mio modesto avviso) se non per la parte che riguarda la propria azienda, insorgendo indignato e dando la migliore dimostrazione che in questo Paese la difesa degli interessi corporativi viene sempre prima di tutto, anche di fronte all’evidenza più clamorosa.
Proprio come fa da decenni – salvo alcuni luminosi (ma ahinoi, scarsi) esempi – la classe politica.

Tutto quello che non ha fatto la politica del «noi faremo»

Il peso delle tasse, la giustizia lenta, le difficoltà di imprese e lavoratori, i tagli alla Rai

di Milena Gabanelli

A fine anno, nella vita come in tv, si replica. Il Capo dello Stato fa il suo discorso, quello del Governo ricicla le dichiarazioni di 6 mesi fa in occasione del decreto del fare, con l’enfasi di un brindisi: «Faremo». Vorremmo un governo che a fine anno dica «abbiamo fatto» senza dover essere smentito. Il Ministro Lupi fa l’elenco della spesa: 10 miliardi per i cantieri, «saranno realizzate cose come piazze, tutto ciò di cui c’è un bisogno primario». C’è un bisogno primario di piazze e di rotatorie? «Trecentoventi milioni per la Salerno-Reggio Calabria». Ancora fondi per la Salerno Reggio-Calabria? Fondi per l’allacciamento wi-fi. Ma non erano già nel piano dell’Agenda Digitale?
E poi la notizia numero uno: «Le tasse sono diminuite». Vorrei sapere dal premier Letta per chi sono diminuite, perché le mie sono aumentate, e anche quelle di tutte le persone che conosco o che a me si rivolgono. È aumentata la bolletta elettrica, l’Iva, l’Irpef, la Tares. L’acconto da versare a fine anno è arrivato al 102% delle imposte pagate nel 2012, quando nel 2013 tutti hanno guadagnato meno rispetto all’anno prima. Certo l’anno prossimo si andrà a credito, ma intanto magari chiudi o licenzi. E tu Stato, quando questi soldi li dovrai restituire dove li trovi? Farai una manovra che andrà a penalizzare qualcuno. I debiti della pubblica amministrazione con le imprese ammontano a 91 miliardi. A giugno il Governo dichiara: «Stanziati 16 miliardi». È un falso, perché quei 16 miliardi sono un prestito fatto da Cassa Depositi e Prestiti agli enti locali. E per rimborsare questo mutuo, i comuni, le province e regioni hanno aumentato le imposte. L’Assessore al Bilancio della Regione Piemonte in un’intervista a Report ha detto: «Per non caricare il pagamento dei debiti sui cittadini, si doveva tagliare sul corpo centrale delle spese del Governo, e se non si raggiungeva la cifra… non so.. vendo la Rai!».
Privatizzare la Rai è un tema ricorrente. Nessun paese europeo pensa di vendersi il servizio pubblico perché è un cardine della democrazia non sacrificabile. In nessun paese europeo però ci sono 25 sedi locali: Potenza, Perugia, Catanzaro, Ancona. In Sicilia ce ne sono addirittura due, a Palermo e a Catania, ma anche in Veneto c’è una sede a Venezia e una a Verona, in Trentino Alto Adige una a Trento e una a Bolzano. La Rai di Genova sta dentro ad un grattacielo di 12 piani…ma ne occupano a malapena 3. A Cagliari invece l’edificio è fatiscente con problemi di incolumità per i dipendenti. Poi ci sono i Centri di Produzione che non producono nulla, come quelli di Palermo e Firenze. A cosa servono 25 sedi? A produrre tre tg regionali al giorno, con prevalenza di servizi sulle sagre, assessori che inaugurano mostre, qualche fatto di cronaca. L’edizione di mezzanotte, che è una ribattuta, costa 4 milioni l’anno solo di personale. Perché non cominciare a razionalizzare? Se informazione locale deve essere, facciamola sul serio, con piccoli nuclei, utilizzando agili collaboratori sul posto in caso di eventi o calamità, e in sinergia con Rai news 24. Non si farà fatica, con tutte le scuole di giornalismo che sfornano ogni anno qualche centinaio di giornalisti! Vogliamo cominciare da lì nel 2014? O ci dobbiamo attendere presidenti di Regione che si imbavagliano davanti a Viale Mazzini per chiedere la testa del direttore di turno che ha avuto la malaugurata idea di fare il suo mestiere? È probabile, visto che la maggior parte di quelle 25 sedi serve a garantire un microfono aperto ai politici locali. Le Regioni moltiplicano per 21 le attività che possono essere fatte da un unico organismo.
Prendiamo un esempio cruciale: il turismo. Ogni regione ha il suo ente, la sua sede, il suo organico, il suo budget, le sue consulenze, e ognuno si fa la sua campagna pubblicitaria. La Basilicata si fa il suo stand per sponsorizzare Metaponto a Shangai. Ognuno pensa a sé, alla sua clientela (non turistica, sia chiaro) da foraggiare. E alla fine l’Italia, all’estero, come offerta turistica, non esiste. Dal mio modesto osservatorio che da 16 anni verifica e approfondisce le ricadute di leggi approvate e decreti mai emanati che mettono in difficoltà cittadini e imprese, mi permetto di fare un elenco di fatti che mi auguro, a fine 2014, vengano definitivamente risolti.
Punto 1. Ridefinizione del concetto di flessibilità. Chi legifera dentro al palazzo forse non conosce il muro contro cui va a sbattere chi vorrebbe dare lavoro, e chi lo cerca. Un datore di lavoro (che sia impresa o libero professionista) se utilizza un collaboratore per più di 1 mese l’anno, lo deve assumere. Essendo troppo oneroso preferisce cambiare spesso collaboratore. Il precario, a sua volta, se offre una prestazione che supera i 5000 euro per lo stesso datore di lavoro, non può fare la prestazione occasionale, ma deve aprire la partita Iva, che pur essendo nel regime dei minimi lo costringe comunque al versamento degli acconti; inoltre deve rivolgersi ad un commercialista per la dichiarazione dei redditi, perché la norma è di tre righe, ma per dirti come interpretare quelle tre righe, ci sono delle circolari ministeriali di 30 pagine, che cambiano continuamente. Il principio di spingere le persone a mettersi in proprio è buono, ma poi le regole vengono rimpinzate di lacci e alla fine la partita Iva diventa poco utilizzabile. Perché non alzare il tetto della «prestazione occasionale» fino a quando il precario non ha definito il proprio percorso professionale? Il mondo del lavoro non è fatto solo da imprese che sfruttano, ma da migliaia di micropossibilità che vengono annientate da una visione che conosce solo la logica del posto fisso. Si dirà: «Ma se non metti dei paletti ci troveremo un mondo di precari a cui nessuno versa i contributi». Allora cominci lo Stato ad interrompere il blocco delle assunzioni e smetta di esternalizzare! Oggi alle scuole servono 11.000 bidelli che costerebbero 300 milioni l’anno. Lo Stato invece preferisce dare questi 300 milioni ad alcune imprese, che ricavano i loro margini abbassando gli stipendi (600 euro al mese) e di conseguenza i contributi. Che pensione avranno questi bidelli? In compenso lo Stato non ha risparmiato nulla…però obbliga un libero professionista o una piccola impresa ad assumere un collaboratore che gli serve solo qualche mese l’anno. Il risultato è un incremento della piaga che si voleva combattere: il lavoro nero.
Punto 2. Giustizia. Mentre aspettiamo di vedere l’annunciata legge che archivia i reati minori (chi falsifica il biglietto dell’autobus si prenderà una multa senza fare 3 gradi di giudizio), occorrerebbe cancellare i processi agli irreperibili. Oggi chi è beccato a vendere borse false per strada viene denunciato; però l’immigrato spesso non ha fissa dimora, e diventa impossibile notificare gli atti, ma il processo va avanti lo stesso, con l’avvocato d’ufficio, pagato dallo Stato, il quale ha tutto l’interesse a ricorrere in caso di condanna. Una macchina costosissima che riguarda circa il 30% delle sentenze dei tribunali monocratici, per condannare un soggetto che «non c’è». Se poi un giorno lo trovi, poiché la legge europea prevede il suo diritto a difendersi, si ricomincia da capo. Perché non fare come fan tutti, ovvero sospendere il processo fino a quando non trovi l’irreperibile? Siamo anche l’unico paese al mondo ad aver introdotto il reato di clandestinità: una volta accertato che tizio è clandestino, anziché imbarcarlo subito su una nave verso il suo paese, prima gli facciamo il processo e poi lo espelliamo. Una presa in giro utile a far credere alla popolazione, che paga il conto, che «noi ce l’abbiamo duro».
Punto 3. L’autorità che vigila sui mercati e sul risparmio. Dal 15 dicembre, scaduto il mandato del commissario Pezzinga, la Consob è composta da soli due componenti. La nomina del terzo commissario compete al Presidente del Consiglio sentito il Ministro dell’Economia ed avviene con decreto del Presidente della Repubblica. Nella migliore delle ipotesi ci vorranno un paio di mesi di burocrazia una volta che si sono messi d’accordo sul nome. Ad oggi l’iter non è ancora stato avviato e l’Autorità non assolve il suo ruolo indipendente proprio quando si deve occupare di dossier strategici per il futuro economico-finanziario del Paese come MPS, Unipol-Fonsai e Telecom. Di fatto Vegas può decidere come vigilare sui mercati finanziari e sul risparmio, direttamente da casa, magari dopo essersi consultato con Tremonti (che lo aveva a suo tempo indicato), visto che il voto del Presidente vale doppio in caso di parità, e i Commissari hanno facoltà di astensione. Perché il Governo non si è posto il problema qualche mese fa, e perché non si è ancora fatto carico di una nomina autorevole, indipendente e in grado di riportare al rispetto delle regole?
Punto 4. Ilva. È alla firma del Capo dello Stato il decreto «terra dei fuochi», dentro ci hanno messo un articolo che autorizza l’ottantenne Commissario Bondi a farsi dare i circa 2 miliardi dei Riva sequestrati dalla procura di Milano. Ottimo! Peccato che non sia specificato che quei soldi devono essere investiti nella bonifica. Inoltre Bondi è inadempiente, ma il decreto gli da una proroga di altri 3 anni, e se poi non sarà riuscito a risanare, non è prevista nessuna sanzione. Nel frattempo che ne è del diritto non prorogabile della popolazione a non respirare diossina? Ovunque, di fronte ad un disastro ambientale, si sequestra, si bonifica e i responsabili pagano. Per il nostro governo si può morire ancora un po’.
Come contribuente e come cittadina non mi interessa un governo di giovani quarantenni. Pretendo di essere governata da persone competenti e responsabili, che blaterino meno e ci tirino fuori dai guai. Pretendo che l’età della pensione valga per tutti, che il rinnovo degli incarichi operativi non sia più uno orrendo scambio di poltrone fra la solita compagnia di giro. Pretendo di essere governata da una classe politica che non insegna ai nostri figli che impegnarsi a dare il meglio è inutile.

La replica di Usigrai
e la risposta di Milena Gabanelli

Dopo la pubblicazione dell’articolo Tutto quello che non ha fatto la politica del «noi faremo» di Milena Gabanelli sul Corriere di martedì 31 dicembre riceviamo e pubblichiamo.

Rai. Usigrai su Gabanelli sul Corriere

L’attacco alle sedi regionali della Rai sferrato da Milena Gabanelli dalle colonne del Corriere della Sera è disinformazione pura: dati errati e una scarsa conoscenza dell’azienda per la quale lavora da anni. Una operazione del genere fatta in una fase cruciale del rinnovo del Contratto di Servizio e del dibattito sul Concessione di Servizio Pubblico del 2016 rischia di dare un grande aiuto ai detrattori della Rai. Prima di fornire alcuni dati, non posso che esprimere sconcerto per l’opinione che Gabanelli ha delle colleghe e colleghi che lavorano nelle redazioni regionali: nella Tgr non abbiamo 700 reggimicrofono o esperti di sagre, ma straordinari professionisti che ogni giorno garantiscono l’informazione di Servizio Pubblico per e dal territorio. Passiamo ai dati. Le sedi regionali non sono 25, ma 21: una per ogni regione, più Trento e Bolzano. Le redazioni invece sono 24, perché si aggiungono quelle di minoranza linguistica: bolzano tedesca, bolzano ladina e trieste slovena. Le redazioni regionali non producono solo 3 tg al giorno, ma 3 telegiornali, 2 giornali radio, gli appuntamenti quotidiani della mattina Buongiorno Regione e Buongiorno Italia, un tg scientifico quotidiano, un settimanale, diverse rubriche quotidiane e settimanali a trasmissione nazionale, cui vanno aggiunti tutti i servizi che ogni giorno vengono prodotti per i tg nazionali. Solo per fare alcuni numeri: da Milano, Torino e Napoli arrivano oltre 12mila pezzi all’anno. In sintesi, la TgR produce 8500 ore tv e 6200 radiofoniche. Sul tg della sera (la cosiddetta terza edizione) ricordiamo che – nonostante l’assenza di un orario fisso – garantisce alla rete sempre un leggere aumento di ascolto. È falso che Firenze e Palermo siano centri di produzione. Come è falso che non producano nulla. A Firenze si produce Bellitalia, rubrica nazionale dedicata ai beni culturali. A Palermo si produce Mediterraneo, rubrica di attualità internazionale realizzata con France 3, in collaborazione con Entv Algeria e trasmessa da 8 emittenti europee e in lingua araba. Che alcuni immobili poi siano sovradimensionati lo abbiamo denunciato noi per primi, proponendo alla Rai una valutazione congiunta, convinti che in alcuni casi si possano trovare soluzioni più adeguate e con il ricavo investire in innovazione tecnologica. Insomma, con un condensato di luoghi comuni, Gabanelli si iscrive di diritto nel partito – a dire il vero molto trasversale – di quanti pensano che il problema della Rai sia come ridimensionarla. E infatti, rivolgendosi al governo e ai partiti attraverso l’autorevole tribuna del Corriere della Sera (grazie a un contratto Rai che non le impone l’esclusiva), Gabanelli si inserisce nella scia qualunquista per chiedere una sforbiciata alla Rai e non invece ciò che realmente serve alla nostra azienda di Servizio Pubblico. Innanzitutto una legge di nomina dei vertici che garantisca autonomia e indipendenza dai partiti e dai governi. Una riforma del canone che assicuri certezza di risorse alla Rai e permetta ai cittadini di pagarla tutti, pagare meno, e in maniera progressiva sul reddito: invece la giornalista neanche una parola ha scritto sull’evasione di 550 milioni di euro all’anno. Poi una legge sui conflitti di interesse. Come quello che permette di essere in Commissione parlamentare di Vigilanza al proprietario di una tv privata locale che da imprenditore e da senatore chiede che la Concessione di Servizio Pubblico venga affidata ad azienda come la sua. Eppure è un tema che Gabanelli ben conosce visto che è stato oggetto di una intervista che la sua redazione mi ha chiesto ormai mesi fa, anche se ancora non ha avuto occasione di mandare in onda. Insomma, stimo fortemente Milena Gabanelli come professionista e leader di una squadra che assicura inchieste che danno lustro alla Rai. Proprio la sua autorevolezza e credibilità, dovrebbe indurla a informarsi con più attenzione prima di esprimere giudizi sul lavoro di centinaia di colleghe e colleghi e proporre soluzioni che rischiano di fare il gioco di chi vuole ridimensionare la Rai e quindi l’informazione di Servizio Pubblico.

Vittorio di Trapani Segretario Usigrai

Di seguito la risposta di Milena Gabanelli

Scusi, ma le redazioni di Verona e Catania si occupano di minoranza linguistica?. Ci mancherebbe che 700 giornalisti si tirassero le dita! Io non li ho umiliati, poiché non sono sempre i giornalisti che decidono di occuparsi di sagre o assessori, ma magari il loro di direttore, di nomina politica. E la mancata razionalizzazione delle sedi locali (ostacolata dalla politica e a quanto pare anche dai sindacati) è un peso che impedirà alla Rai di essere realmente concorrenziale. Non bisogna difendere solo i diritti acquisiti, bisogna anche capire in quale direzione deve andare l’azienda! i tempi sono cambiati, c’è il web, c’è Rainews24. Nel 1994 mi occupavo di un programma che si chiamava Professione Reporter e spiegava ai giornalisti il più agile ed economico modello di videogiornalismo , l’Usigrai protestò e chiese di chiudere il programma, perché non avrebbe avuto altro scopo che la riduzione dei cameramen. Oggi più o meno tutti i giornalisti sanno usare la videocamera. Se l’allora direttore di Rai2 Minoli, vi avesse ascoltato, Report non sarebbe mai nato, e non produrrebbe ad un costo così competitivo. Per quel che riguarda il resto noi ce ne siamo occupati più volte affrontando l’ira del cda di turno. Non mi risulta che l’abbiano fatto pubblicamente altri colleghi. Le ricordo che non sono una dipendente Rai, ma capisco che secondo la sua ottica non dovrei scrivere per il Corriere. Lo faceva anche Biagi (altro calibro, certo)… ma forse abbiamo idee diverse su cosa sia il valore aggiunto. Buon Anno

Milena Gabanelli

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