Doveri e diritti. Molto meglio che ‘diritti e doveri’

17 Dic

E se un bel giorno si smettesse di reclamare i nostri diritti e ci imponessimo di rispettare, prima di  tutto, i nostri doveri?
‘Doveri’ molto prima ancora di ‘diritti’. Una rivoluzione copernicana, non solo di costume, ma di mentalità, di attitudine, di approccio alla vita in comune.

Sto parlando dei diritti per cui in Italia si manifesta ad ogni piè sospinto: il diritto allo studio, al lavoro, alla salute, all’informazione, alla casa, a convivere con chi mi pare, ad accogliere civilmente perseguitati e fuggiaschi  e via cantando; per i quali – talvolta sulla base di anche labili elementi – addirittura si esige e si pretende. Ecco, se magicamente un giorno , tutti insieme, guardandoci negli occhi l’uno dell’altro ci dicessimo: “prima di tutto il mio dovere è studiare, lavorare, aver cura della mia salute, informarmi, dare un tetto alla mia famiglia, rispettare le unioni non formali, assistere gli esuli” e, a seguire “è mio dovere far studiare, far curare, far informare, far lavorare, far avere una casa a tutti e così via”, qualcosa cambierebbe, non pensate ?

Un dovere visto soggettivamente, per cui senti dentro questa forza morale che porti –  te come il tuo vicino di casa, di banco, di scrivania, di letto d’ospedale, il partner convivente – ad agire sotto l’influenza di un imperativo categorico:  il TUO dovere che diventa improvvisamente (oggi direi anche inaspettatamente) il diritto dell’altro, di tutti gli altri. Un dovere che imponga spontaneamente (non sembri un ossimoro) di darti da fare, di impegnarti con tutte le tue forze come un atleta in pista, senza scusanti (perché non puoi ingannare te stesso, vero?), senza ricerca di alibi (‘non faccio il mio dovere perché prima voglio vedere gli altri fare lo stesso’).

Il senso del dovere, in altre parole. Badate, si dice ‘senso del dovere’, mentre non si è mai (o quasi mai) sentito dire ‘senso del diritto’, perché quest’ultimo è soggettivo, sottintende cioè un atteggiamento individuale, spesso in attesa di un suo riconoscimento, mentre il primo è oggettivo, un modo di pensare e di agire che mira al benessere della collettività. E’ infatti il senso del dovere che fa scattare la molla della difesa dei diritti altrui, è ‘il senso del dovere’ che implica l’altro concetto fondamentale che deve primeggiare in una comunità e cioè il ‘rispetto’. E’ seguendo il mio senso del dovere che rispetterò anche i diritti dei miei concittadini che non saranno più obbligati a reclamarli perché vengano riconosciuti: verranno accreditati automaticamente. La difesa dei diritti come oggi intesa, come lotta di singoli o di gruppi per il loro conseguimento, non avrebbe più ragion d’essere, sparirebbe dal vocabolario.

Ecco, se tutto questo avvenisse sempre, per tutti, se questa forza positiva del “dovere” fosse dentro di noi e comune a tutti, insufflata nel dna, assorbita fin dai primi vagiti e poi progressivamente evoluta in  famiglia, a scuola, sul posto di lavoro, tra amici e conoscenti, da tutti praticata, irrobustita negli anni, perfezionata per approssimazioni successive fino a rendersi quasi palpabile ‘dentro’ di noi e per cui l’affermazione de ‘il mio dovere’ corrisponderebbe per default – come si dice oggi – ai diritti degli altri, se tutto questo miracolosamente un giorno avesse a verificarsi,  non si cambierebbe un po’ il mondo?

A cominciare dall’Italia, ovviamente.

“Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali che siano le conseguenze personali, quali che siano gli ostacoli, i pericoli o le pressioni. Questa è la base di tutta la moralità umana.” (J. F. Kennedy).

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Questo post è stato pubblicato per la prima volta il 5 maggio 2013. La speranza resta ed è un augurio per il nuovo anno che si avvicina.

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