A Madiba, con gratitudine

7 Dic

INVICTUS                                                                                   bookofversesFRONTPAGE

Out of the night that covers me,
Black as the pit from pole to pole,
I thank whatever gods may be
For my unconquerable soul.

In the fell clutch of circumstance
I have not winced nor cried aloud.
Under the bludgeoning of chance
My heart is bloody, but umbowed.

Beyond this place of wrath and tears
Looms but the Horror of the shade,
And yet the menace of the years
Finds and shall find me unafraid.

It matters not how strait the gate,
How charged with punishments the scroll.
I am the master of my fate:
I am the captain of my soul.

*****

INDOMITO

Dal profondo della notte che mi avvolge,
Nera come un pozzo da un polo all’altro,
Ringrazio qualunque dio esista
Per la mia anima invulnerabile.

Nella feroce morsa delle circostanze
Non ho arretrato né gridato.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
Il mio cuore sanguina, ma non si è piegato.

Oltre questo luogo d’ira e lacrime
Incombe il solo Orrore delle ombre.
E ancora la minaccia degli anni
Mi trova e mi troverà senza paura.

Non importa quanto stretto sia il passaggio,
Quanto piena di castighi la vita.
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.

————
A proposito di questa poesia del poeta inglese William Ernet Henley (1849 – 1903)

Il titolo proviene dal latino e significa “invitto”, ossia “mai sconfitto”.[1] Fu composta nel 1875 e pubblicata per la prima volta nel 1888[2] nel Book of Verses (“Libro di Versi”) di Henley, dov’era la quarta di una serie di poesie intitolate Life and Death (Echoes) (“Vita e Morte (Echi)”).[3] In origine non recava un titolo:[3] le prime stampe contenevano solo la dedica A R. T. H. B., un riferimento a Robert Thomas Hamilton Bruce (18461899), un affermato mercante di farina e fornaio scozzese che era anche un mecenate letterario.[4] Il titolo Invictus fu aggiunto dallo scrittore e critico letterario Arthur Quiller-Couch quando incluse la poesia nella sua fondamentale antologia della poesia inglese, Oxford Book of English Verse (1900).[5][6]

All’età di 12 anni, Henley rimase vittima del morbo di Pott, una grave forma di tubercolosi ossea. Nonostante ciò, riuscì a continuare i suoi studi e a tentare una carriera giornalistica a Londra. Il suo lavoro, però, fu interrotto continuamente dalla grave patologia, che all’età di 25 anni lo costrinse all’amputazione di una gamba per sopravvivere. Henley non si scoraggiò e continuò a vivere per circa 30 anni con una protesi artificiale, fino all’età di 53 anni. Henley era amico di Robert Louis Stevenson, che si ispirò a lui per il personaggio di Long John Silver ne L’isola del tesoro.[7]

La poesia Invictus fu scritta proprio sul letto di un ospedale.

La poesia era usata da Nelson Mandela per alleviare gli anni della sua prigionia durante l’apartheid. Per questo è anche citata nel film Invictus – L’invincibile, del 2009, diretto da Clint Eastwood, in cui doppiaggio e titolatura in italiano hanno preferito la traduzione libera di invictus con invincibile, anziché con il significato più corretto di invitto, imbattuto,indomito.[8]
(testo da Wikipedia)

 

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