“Conta su di me”: la sintesi della faccenda Cancellieri-Ligresti

5 Nov

Ieri sul supplemento Affari e Finanza di Repubblica c’era un editoriale di Alberto Statera sulla faccenda Camcellieri-Ligresti che non esito a far mio, nel senso che condivido anche gli spazi tra le parole. Eccolo:

LE RELAZIONI PERICOLOSE DEL MINISTRO GUARDASIGILLI

 

«Conta su di me» è la formula magica del patologico costume nazionale ripetuta quotidianamente nei network di potere che traversano governo, ministeri, partiti, banche, ospedali, finanza, grandi gruppi imprenditoriali di una nazione fondata sulla collusione endemica. Ma mai ti aspetteresti che un ministro della Giustizia in carica si metta a disposizione, con la classica formula collusiva, della famiglia protagonista di uno dei più gravi scandali finanziari degli ultimi anni, garantendo il suo intervento a favore di una reclusa accusata di gravi reati. Eppure, è quanto ha fatto il guardasigilli Annamaria Cancellieri nei confronti di Giulia Ligresti, arrestata con il padre Salvatore, la sorella Jonella e un fratello sfuggito alla cattura tuttora latitante. Nessuno nega che la reclusa non potesse sopportare il regime carcerario e siamo lieti per lei che ne sia stata sottratta con un intervento che il ministro ha definito «umanitario». Ma quanti nelle sue stesse condizioni vivono nell’emergenza umanitaria delle carceri? E quanti di loro possono ricorrere al ministro in persona per segnalare la propria sofferenza? Lo possono fare agevolmente i Ligresti, fin dal giorno dell’arresto, perché il ministro è persona quasi «di famiglia», non solo per l’amicizia con la compagna dell’ingegnere di Paternò, ma anche perché suo figlio Piergiorgio Peluso è stato dirigente della Fondiaria-Sai e ne è stato liquidato con un bel gruzzolo. Per la sua competenza o per l’intercessione della mamma con il clan Ligresti? Il dubbio è legittimo e fa del caso Cancellieri l’emblema di quello che è stato alternativamente definito «familismo amorale», «democrazia di relazione», «clientela e parentela», «network di potere». Se la giustizia non è uguale per tutti, figurarsi se risponde a un criterio di giustizia e di competenza la nomina di un primario, la scelta di un amministratore delegato, la concessione di un prestito bancario. Benefici, risorse, posti di prestigio più o meno alto sono riservati a quella che più che l’èlite di una democrazia moderna, assomiglia a un’oligarchia che si articola in clan arroganti, in rendite di posizione, in lobby più o meno segrete. Più che la competenza conta la fedeltà, più che la reputazione l’appartenenza a gruppi d’interesse che si auto- perpetuano e che quasi sempre rispondono all’«incultura della sopraffazione», come la ha definita Gustavo Zagrebelsky. Il criterio decisionale è l’appartenenza a una cerchia dove contano «il capitale relazionale», come lo chiama il professor Severino Salvemini e la capacità di navigazione tra i partiti, le correnti, i gruppi d’interesse di una «classe separata», rispetto a quella che si dice la «società civile». Insomma bisogna essere, come si dice, «networked». Il ministro Cancellieri, mentre emergeva l’affare Ligresti, invocava una riforma dell’«impianto complessivo» della giustizia. Ma a che servirebbe se il familismo endemico, tra discriminazioni e diseguaglianze, continuerà a creare cricche e clan che annullano la giustizia e il senso dello Stato? Questa è l’emergenza democratica che ha contribuito e contribuisce ad aggravare l’emergenza economica e già ci costringe a inseguire non la Germania, ma la Spagna. a. statera@repubblica. it

Alberto Statera

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