La mediocrità non è italiana.

31 Ott

Mi ha colpito la lettera di una ragazza di poco più di vent’anni, Gaia Pedicini, pubblicata sull’ultimo Venerdì di Repubblica nella rubrica di Michele Serra.

Descrivendo una normale mattina della sua vita di studentessa universitaria-pendolare, Gaia ha fatto una riflessione che nella sua risposta Serra, complimentandosi con lei, definisce, testualmente, “un’analisi perfetta“.

Ma cosa dice Gaia? Osservando gli studenti in attesa del treno (in ritardo come al solito), pazienti e rassegnati, improvvisamente realizza cos’è che non va nei giovani italiani: “siamo abituati alle cose che non funzionano bene. Ci abbiamo fatto il callo, è la nostra normalità. Ci sorprendiamo quando un treno o un autobus arrivano in orario, nella stessa misura in cui riteniamo una gran botta di culo (mi perdoni l’espressione) trovare un lavoro dignitoso al termine di un percorso di studi. Ci stupiamo per piccole cose: se uno sconosciuto è gentile con noi, se una lettera spedita arriva a destinazione in un tempo ragionevole, se un professore risponde a una mail in un paio di giorni. Alzare le spalle pensando ‘è così che funziona’ non è uno stimolo ad essere persone migliori, anzi se possibile ci rende molto autoindulgenti quando siamo peggiori di come dovremmo e potremmo essere. Sono ancora abbastanza idealista da credere che sia il piccolo miglioramento individualedi ciascuno a costituire il miglioramento collettivo.
Il problema è che le nostre aspettative sono basse, perchè ci siamo abituati a pretendere poco sia dalla realtà che ci circonda, sia da noi stessi, e il nostro impegno a poco a poco è diventato proporzionato alle nostre aspettative.”

Una volta di più i giovani d’oggi mi confortano nella speranza che questo Paese possa (e debba) cambiare. Nell’ostinazione e nell’idealismo di Gaia che crede che migliorando sè stessa anche gli altri intorno a lei miglioreranno è racchiuso il segreto della formula. Anch’io vivo con vicini che non salutano e passano a testa bassa: a loro va il mio ‘buongiorno!’ più sonoro e sorridente. Sono certo che un giorno risponderanno. Anzi, qualcuno ha già cominciato a farlo, sia pur timidamente. Anche a me è capitato di non ricevere tempestivamente una lettera: ho protestato vivacemente (ma col massimo di civiltà) con la direttrice dell’ufficio postale facendole notare il disagio subìto: ne ha convenuto e si è scusata; anche a me succede di ricevere una risposta con un intollerabile ritardo: scrivo ringraziando e chiedendone – con una cortesia degna di un mandarino cinese – i motivi (salute? Problemi familiari? Di lavoro?): ho ricevuto qualche risposta stupita per la mia partecipazione e l’ho considerata una grande vittoria.

Voglio dire, insomma, che la mediocrità va combattuta, come vuol fare Gaia, ogni giorno, ogni momento, ovunque, con perseveranza. Come se fosse una missione. E la nostra pattuglia di idealisti si ingrosserà man mano, diventeremo moltitudine. massa, opinione pubblica. “La mediocrità non è italiana”, come dice Serra nella sua risposta: siamo il paese dell’arte, del bello, della genialità imprenditoriale; secoli di guerre e contingenze di varia natura ci hanno addestrato ad adeguarci rapidamente alle situazioni, sappiamo trovare la forza di reagire anche nei momenti più oscuri, la tolleranza e il rapporto con gli altri sono nel nostro dna da sempre, conosciamo la soddisfazione che dà il senso del dovere compiuto. Non ci rassegneremo mai.
Ci siamo solo distratti un pò, in questi ultimi anni, ma sappiamo come fare per recuperare, riprendere il ruolo che ci spetta, ritrovare il rispetto delle nazioni e prima ancora di noi stessi, insieme all’orgoglio. E lo faremo.
Grazie Gaia.

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