Nessuno che gli abbia mai chiesto scusa

21 Ott

Sto parlando di Prodi. E nessuno che abbia mai chiesto scusa agli elettori per gli errori, anche tragici, commessi da allora in avanti. Questa è la sintesi che mi sento di fare quando mi viene da pensare o si parla della dirigenza del Pd dello stesso periodo. Non è pessimismo o eccesso di spirito critico: basta leggere i giornali, ascoltare la tv, discutere con gli amici: sono ancora tutti lì, a dare il loro parere, spesso non richiesto e a continuare a ignorare le istanze dei cittadini, i loro elettori.
Tanto per fare qualche esempio, nel frattempo si sono tenuti stretto il Porcellum e stanno ora meditando come stravolgere la Costituzione.

Romano Prodi non avrebbe fatto nessuna delle due cose. Oggi ci servirebbe uno come lui.
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Dal sito di Romano Prodi.

Il più grande errore e la più grande delusione della mia vita

Prodi: «Delusione della vita? Il Pd non mi ha mai difeso»

Articolo di Giuseppe Vittori su l’Unità del 17 ottobre 2013

«L’errore politico che rimprovero nella mia vita è di non aver fatto un partito dopo la notte delle primarie del 2005. Non l’ho fatto perché volevo unire e non dividere», a dirlo è Romano Prodi, in un libro di Marco Damilano, Chi ha sbagliato più forte (Laterza), dedicato alla vicenda del centrosinistra in questi vent’anni.

Prodi ripercorre con amarezza la storia dell’Ulivo. «Quando la cosa ha cominciato a marciare, i partiti misero le mani avanti sostenendo che senza la loro capillare organizzazione non ci sarebbe stata possibilità di vittoria. Nelle riunioni iniziali, talvolta senza ostilità, si chiariva continuamente che io ero un mandatario dei partiti. E la destra diceva che io ero la maschera di D’Alema in quanto egli rappresentava la parte più forte della tradizione dei partiti. Ogni volta che si è presentata una novità nella politica italiana per i partiti l’opzione più comoda è stata dire: la forza però è nostra».

Un atteggiamento che secondo Prodi non è mai venuto meno. «Questo spiega, ad esempio, la difesa di fondo del Porcellum – prosegue il Professore – mantenuto in vita perché, pur essendo indifendibile, ha il grande vantaggio di garantire la fedeltà degli eletti, un sistema molto buono per un leader, se non avesse il difetto di fargli perdere le elezioni… È il grande errore che si è perpetrato in tutti questi anni, una mentalità che ripete: rimanga il partito, perdano tutti coloro che cercano vie nuove. Meglio perdere le elezioni che perdere il partito. Pareggiarle è ancora meglio».

Ma naturalmente nei ricordi e nelle riflessioni di Romano Prodi ce n’è anche per il centrodestra e per Silvio Berlusconi. «Contro di me è stata schierata una Commissione parlamentare, la Telekom Serbia, poi la Mitrokhin: sono stati acquistati parlamentari. Putin una volta scherzando mi ha detto: “Dovevi dirmelo che eri del Kgb, avremmo fatto insieme cose bellissime!”. Si riferiva al caso Mitrokhin, evidentemente».

Tutto inutile. «Non sono riusciti a farmi fuori», annota il Professore. «Credo che anche questo, oltre alle due sconfitte elettorali, abbia spinto Berlusconi dopo il voto del 2013 a dichiarare a Bari che avrebbe cambiato Paese in caso di una mia elezione al Quirinale», prosegue. «La mia più grande delusione però non è arrivata da lui. Ovunque quando qualcuno dall’esterno ti attacca la tua organizzazione ti difende: è una regola elementare. Nei miei confronti non c’è stata una parola di difesa arrivata dalla mia parte dopo l’attacco di Berlusconi di Bari. È stata questa la mia più grande delusione».

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