L’amnistia dev’essere la conclusione di un percorso, non un fatto a sè stante

14 Ott

Il dramma delle carceri italiane è contenuto in questa brutale sintesi: quasi 65.000 carcerati (di cui il 40% in attesa di giudizio) contro una capacità di circa 47.000, cui si aggiunge  la questione del ‘come’ vengono trattati i detenuti, circa i luoghi, l’alimentazione, l’attività (o inattività) durante la detenzione e così via.

Lo dico subito: il presidente Napolitano ha il merito, prospettando al Parlamento l’ipotesi di un’amnistia o di un indulto, di aver sollevato la questione. Ma è tutto qui, perché quella indicata non è una soluzione. Sarebbe solo un provvedimento transitorio, valido forse per farci evitare le probabili sanzioni della Corte europea dei diritti dell’uomo, null’altro. Infatti imperversano le polemiche, spesso strumentali, tra favorevoli e contrari: tra quelli che interpretano l’eventuale intervento come un fatto umanitario e pertanto di ‘sinistra’ (lo spiega bene Alessandro Gilioli) cui si aggiunge il PdL che intravede uno spiraglio di salvataggio per Berlusconi, e quelli contrari per ragioni di principio (e forse anche elettorali), come Renzi. In quest’ultimo senso sembrerebbe orientata la stragrande maggioranza (88%) dei rispondenti a questo sondaggio di Repubblica che ha raccolto in poche ore e fino a questo momento circa 40.000 opinioni. Ma in verità l’ipotesi votata (“Nessun intervento, il problema carceri va risolto in altro modo”) indica che la volontà si indirizza in un’altra direzione che nessuna delle due parti ha finora proposto: un intervento organico e ragionato per trovare una soluzione alla radice.

C’è quindi una solida e consapevole posizione intermedia che antepone la concessione dell’amnistia o dell’indulto a una serie di provvedimenti che conducano ad una diversa e migliore configurazione dell’intera questione. Questa mi pare sia la soluzione adeguata  e la condivido con convinzione: infatti anch’io ho votato come l’88% di cui sopra. In altre parole, al provvedimento tampone, che non elimina il problema ma lo sposta solo nel tempo a venire, si chiede di contrapporre un progetto sistematico che, eliminando le principali cause di detenzione (ad esempio, quelle legate a leggi inique o superate come la Bossi-Fini e la Fini-Giovanardi, per prime) ed emanando una serie di altri provvedimenti tutti tendenti ad alleggerire l’attuale sovraffollamento, faccia seguire solo in conclusione il provvedimento di clemenza.

Tutto questo l’ho trovato con piacere in un post di Pippo Civati, la cui parte principale riporto qui per intero.

“Per noi è indispensabile:

a) che i provvedimenti clemenziali (indulto/amnistia) siano adottati a valle di un intervento sistematico che operi sia sui flussi d’ingresso in carcere (riducendoli) sia sulle maglie d’uscita dal circuito penitenziario (allargandole per i detenuti meno pericoli). Bisogna finirla, insomma, di guardare alle misure straordinarie come fossero misure ordinarie: l’indulto e l’amnistia sono misure straordinarie, misure tampone. Non curano la patologia, ma ne alleviano sintomi e manifestazione.

Agire sulla struttura non è utopia. Come ricordato da Napolitano, vi è già un disegno di legge delega approvato dalla Camera e ora in Senato che introduce la possibilità per il giudice di applicare la messa alla prova per reati meno gravi e la detenzione domiciliare come pena principale.

Modifiche piccole, ma importanti. A questo vanno affiancati interventi, anche questi ricordati da Napolitano, sulla custodia cautelare, sul trasferimento dei detenuti stranieri nei loro Paesi d’origine per scontare la pena, oltre ai, troppo spesso solo evocati, interventi di depenalizzazione di reati di minima gravità.

Su questo versante, vi sono, inoltre, due tipi di intervento poco valorizzati ma decisivi per razionalizzare il ricorso alla detenzione carceraria.

Il 40% circa dei detenuti è in attesa di giudizio: è fondamentale agire sulla leva della custodia cautelare elevando la restrizione domiciliare a misura custodiale principale, salvo i casi in cui le esigenze cautelari siano di particolare gravità.

Per selezionare efficacemente la popolazione carceraria bisogna impegnarsi a conoscerla. Il carcere è la casa degli ultimi. Per renderla più vivibile bisogna agire sui reati degli ultimi. Un quarto dei detenuti è in carcere per reati connessi all’utilizzo/spaccio di sostanze stupefacenti. E’ indispensabile superare l’ottuso rigore della legge Fini-Giovanardi e, soprattutto, investire sulle strutture socio-riabilitative come centri dove scontare la maggior parte della pena. I reati in materia di stupefacenti necessitano, in linea di massima, di una risposta in termini di assistenza più che di carcere.

b) a valle degli interventi strutturali può essere adottato un provvedimento clemenziale (amnistia/indulto) purché siano attentamente selezionati:

1.     i reati da includervi (solo reati la cui estinzione/condono abbia effetto sul sovraffollamento perché le relative pene sono tendenzialmente eseguite in carcere – per lo più reati contro il patrimonio e stupefacenti – con esclusione di quelli che hanno impatto sulla detenzione limitato nonostante la gravità – reati contro la pubblica amministrazione -)

2.     i soggetti destinatari (con esclusione dei soggetti gravati dalle più gravi forme di recidiva)

3.     la disciplina: non cumulabilità con precedenti provvedimenti di clemenza (un imputato più importante di altri non ne sarà lieto, ma tant’è); reviviscenza della pena indultata in pena da espiare in caso di nuovo reato.

4.     con particolare riferimento all’indulto: il limite di anni di pena condonata, che andrebbe limitata ad un periodo ben più ridotto di quanto suggerito da Napolitano. Un anno di indulto interesserebbe una platea di oltre 10.000 detenuti sufficiente – insieme agli altri prospettati interventi ad avvicinare notevolmente la soglia di capienza regolamentare senza costi reali sulla recidiva stante l’esiguità del residuo pena.”

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Una Risposta to “L’amnistia dev’essere la conclusione di un percorso, non un fatto a sè stante”

  1. redpoz 21/10/2013 a 6:30 pm #

    è dal 2006, ma anche prima, che vado ripetendo le medesime cose: primo depenalizzare. altrimenti, il resto sono le solite frottole italiane che fra breve tempo ci riporteranno al medesimo punto di partenza.
    una soluzione strutturale, ormai imprescindibile, non può che partire da una revisione del codice penale: è del ’42 e sente l’età! pene troppo elevate per fattispecie futuli, troppi reati, anche “senza vittima”…. ed i troppi “innesti” anche ben pensati, ma sempre innestati con poca coordinazione (in questo senso, anche il ddl sulla messa in prova potrebbe non funzionare).
    purtroppo, da quasi un ventennio ogni governo approva un’apposita commissione, ma nessuno prosegue da dove si era lasciato con la legislatura precedente. e non si fa alcun passo avanti. negli altri paesi, invece, è stata una riforma condivisa che ha coinvolto maggioranze di orientamenti ben diversi.

    http://discutibili.com/2013/10/15/dei-delitti-e-delle-piene-carceri-redpoz-ma-quale-amnistia/

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