Sì, è difficile fare impresa in Italia

26 Ago

 

Questa lettera è apparsa su Il Messaggero di oggi, 25 agosto. Conosco personalmente il suo autore e so delle sue vicissitudini con una burocrazia ottusa e uno Stato che appare indifferente o quantomeno incapace di rimuovere perfino i più banali ostacoli a un imprenditore, invece di facilitargli la vita.

“Ecco un esempio di come sia difficile fare impresa in Italia.

Nel  marzo 2011 rilevo con mia figlia una attività di  affittacamere con 5 stanze nel centro di Roma. L’attività va bene, i giudizi dei clienti sono molto positivi,  ma la dimensione è piccola e vogliamo generare economie di scala raddoppiando le stanze da 5 a minimo 10. Nel 2013 viene messo in vendita l’appartamento al pianterreno, sotto il nostro. Decidiamo di investire per ingrandire l’attività.

Ingenuamente pensiamo che la licenza di affittacamere possa passare da 5 a 10 camere.Non è così. Se si superano 6 stanze si diventa albergo. Facile: cambiamo la licenza da affittacamere ad albergo. No: non si puo’. Si potrebbe avere la licenza di albergo al pianterreno ma non al primo piano: l’appartamento del primo piano è categoria catastaleA2. Allora chiediamo un’altra licenza di affittacamere per il pianterreno, così avremo due licenze di affittacamere. Ma non si può: due licenze nello stesso edificio non posso essere gestite insieme. Ci rassegniamo:dovremmo avere due società che gestiscono una il pianterreno e una il primo piano.

E le nostre economie di scala? Ce le possiamo dimenticare. Ma mentre cerchiamo di capire come poter far impresa in Italia, un fatto nuovo ci dà speranza: riceviamo dalla Agenzia delle Entrate un accertamento che cambia la categoria catastale del primo piano daA2 a D2. Evviva. Quello che ci serviva per ottenere la licenza di albergo. Pagheremo più tasse perché la rendita catastale è più alta,ma possiamo fare impresa in maniera efficiente. Con grande delusione scopriamo però che il Comune non accetta il nuovo classamento della Agenzia delle Entrate. Che fare? Dobbiamo noi fare ricorso contro l’accertamento della Agenzia delle Entrate.

Corriamo dal commercialista,  scopriamo che non si può  risolvere velocemente il  problema con la procedura di autotutela e che dobbiamo fare ricorso. Chiaramente paghiamo noi. Mentre attendiamo l’esito del ricorso, stiamo cercando di capire come gestire la nostra piccola attività turistica in maniera efficiente.

Ho soltanto investito molti dei miei risparmi e sviluppato una attività per il futuro di  mia figlia, in un settore strategico per l’Italia. Ma lo Stato non vuole.

Vito Varvaro  – Roma”

 

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