Legge elettorale e riforma della Costituzione: perché un legame indissolubile? E perché modificare l’art.138?

2 Giu

Costituzione copertina

Sbaglierò (e da semplice cittadino che segue la nostra vita politica è certo possibile), ma a me appaiono interrogativi inquietanti.

Il sistema elettorale italiano nato con la Repubblica si basa su non molte leggi.

In estrema sintesi si potrebbe dire che tra il 1946 e il 1993 si è praticamente votato sempre con la medesima legge, anche se va ricordata l’episodica legge 148 del 1953 – nota alle cronache come ‘legge truffa’-  che rimase in vigore per una sola tornata elettorale. La legge del 4 agosto 1993, nata a seguito del referendum del 18 aprile dello stesso anno che aboliva il proporzionale, fu detta anche legge Mattarella dal suo ideatore. Rimase in vigore fino al 2005, per essere sostituita dalla legge 270 del 21 dicembre 2005, l’attuale, più nota come legge Calderoli o legge ‘porcata’ dalla definizione datale dal suo stesso ideatore.

Nella breve storia della nostra Repubblica nessuna di queste leggi ha mai avuto necessità di essere preceduta da significative modifiche alla Costituzione, come invece oggi appare più che probabile nelle intenzioni del governo Letta. Anzi, le dichiarazioni sono esplicite e il concetto è che la nuova legge elettorale dovrà addirittura essere subordinata alla revisione di vari aspetti della seconda  parte della nostra carta costituzionale.

E’ questa non comune circostanza  a far nascere qualche preoccupazione – oltre ai dubbi legati alla qualità delle modifiche costituzionali di cui, molto frequentemente e più o meno confusamente,  si parla in questi giorni – circa le possibilità di avere in tempi brevi una nuova e decente legge elettorale. Vediamo la successione dei fatti di questi ultimi dieci giorni.


Il 22 maggio il Ministro per le riforme Gaetano Quagliariello espone il suo pensiero sulle linee generali del progetto – che rappresenta, si deve pensare, quello del Governo –
nell’audizione alla Commissione Affari Costituzionali della Camera. Una settimana dopo, presentate alle Camere le mozioni sulle riforme costituzionali, sono state approvate quelle della maggioranza:  la mozione del deputato Giachetti, che chiedeva invece l’immediata abolizione del ‘porcellum’ e la reintegrazione della legge Mattarella, è stata respinta. La senatrice Finocchiaro, che aveva depositato un ddl il 20 maggio sullo stesso argomento, è stata lapidaria (quanto contraddittoria con sé stessa) definendola “intempestiva”e ribadendo che sarebbe stata la “legge elettorale conseguente alle riforme costituzionali quella che darà il segno del mutamento”.

 Atteggiamenti molto precisi e concordi dei due maggiori partiti quindi. Ma quali sarebbero i principali obbiettivi delle riforme alla Costituzione? Va ricordato che già nella scorsa legislatura si era parlato, e non poco, di riforme costituzionali. Oggi vengono ripresi all’incirca gli stessi punti che possiamo rinvenire nella mozione di maggioranza  presentata dall’on. Roberto Speranza del PD, primo firmatario insieme agli onorevoli  Brunetta (PdL), Dellai (SC), Pisicchio (misto-CD),  approvata, come detto, il 29 maggio. Leggendola con attenzione, si rileva come la mozione  dichiari esplicitamente che (l’evidenziazione in grassetto è mia):


“…per avviare una stagione di riforme costituzionali di ampio respiro, occorre definire un metodo che consenta di affrontare, secondo un disegno coerente, le principali questioni sinora irrisolte…
la forma di Stato,
la forma di Governo,
il superamento del bicameralismo paritario,
la riduzione del numero dei parlamentari e
la riforma del sistema elettorale, la quale – naturalmente – non potrà che essere coerente e contestuale con il complessivo processo di riforma costituzionale”.


E prosegue rilevando
“la necessità di definire tempestivamente, attraverso l’approvazione di un’apposita legge costituzionale, una procedura straordinaria di revisione costituzionale che permetta di avviare un lavoro comune dei due rami del Parlamento, di programmare una tempistica certa e in linea con le attese del Paese dell’esame dei progetti di legge di revisione della parte seconda della Costituzione, di assicurare un più largo consenso parlamentare in sede di approvazione degli stessi e di potenziare il controllo dei cittadini sul risultato finale del processo riformatore;”

Infine, prende atto dell’intendimento del Governo di avvalersi di
“una commissione di esperti per l’approfondimento delle diverse ipotesi di revisione costituzionale e dei connessi profili inerenti al sistema elettorale e di estendere il dibattito sulle riforme alle diverse componenti della società civile, anche attraverso il ricorso a una procedura di consultazione pubblica;”

Tutto ciò premesso la mozione impegna il Governo a:
“presentare alle Camere, entro il mese di giugno 2013, un disegno di legge costituzionale che, in coerenza con le finalità e gli obiettivi indicati nelle premesse, preveda, per l’approvazione della indicata riforma costituzionale, una procedura straordinaria rispetto a quella di cui all’articolo 138 della Costituzione, che tenda ad agevolare il processo di riforma, favorendo un’ampia convergenza politica in Parlamento.

Art. 138 big
Il ddl dovrà altresì prevedere adeguati meccanismi, tra cui
“a) un Comitato, composto da venti senatori e venti deputati, nominati dai rispettivi Presidenti delle Camere, su designazione dei gruppi parlamentari, tra i componenti delle Commissioni affari costituzionali, rispettivamente del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati, in modo da garantire la presenza di ciascun gruppo parlamentare e di rispecchiare complessivamente la proporzione tra i gruppi, tenendo conto della loro rappresentanza parlamentare e dei voti conseguiti alle elezioni politiche, e presieduto congiuntamente dai Presidenti delle predette Commissioni, cui conferire poteri referenti per l’esame dei progetti di legge di revisione costituzionale dei Titoli I, II, III e V della parte seconda della Costituzione, afferenti alla forma di Stato, alla forma di Governo e all’assetto bicamerale del Parlamento, nonché, coerentemente con le disposizioni costituzionali, di riforma dei sistemi elettorali;
b) l’esame dei progetti di legge approvati in sede referente dal Comitato bicamerale alle Assemblee di Camera e Senato, secondo intese raggiunte fra i due Presidenti;
c) la previsione di modalità di esame, in sede referente e presso le Assemblee, dei progetti di legge che, fermo restando il diritto di ciascun senatore e deputato, anche se non componente il Comitato o componente del Governo, di presentare emendamenti, assicurino la certezza dei tempi del procedimento, con l’obiettivo di garantire che l’esame parlamentare sui disegni di legge di riforma si concluda entro 18 mesi dall’avvio;
d) fermi restando i quorum deliberativi di cui all’articolo 138 della Costituzione, la facoltà di richiedere comunque, ai sensi del medesimo articolo, la sottoposizione a referendum confermativo della legge ovvero delle leggi di revisione costituzionale approvate dal Parlamento.


Da quanto precede, a me pare di poter affermare che il meccanismo è stato studiato per portare a termine senza colpo ferire l’intero progetto: dai tempi di esecuzione alla modifica dell’art. 138, dalla definizione del ‘Comitato’ (la vecchia Bicamerale) integrato da una commissione di esperti e che avrà “poteri referenti” sulla rivoluzione costituzionale dell’intero sistema repubblicano (repubblica presidenziale? Semipresidenziale? Camera politica e Senato delle regioni? Eccetera) ai tempi certi dell’intero procedimento per cui viene indicata con precisione la scadenza di 18 mesi. Inclusa quindi la legge elettorale: ecco che si spiega il perché questa deve seguire e non precedere, indipendentemente e in vista di possibili, nuove elezioni.

Infine, la proposta del referendum confermativo cui sottoporre comunque  l’intero progetto di revisione. Essa presenta l’indubbio merito del coinvolgimento del corpo elettorale anche nel caso che le nuove norme  costituzionali fossero state approvate dal Parlamento secondo le modalità dell’attuale art. 138. A me pare invece, non maliziosamente ma oggettivamente, che tale proposta rappresenti la preventiva cosmesi posticcia con cui si cerca di distrarre l’attenzione dalla sostanza del provvedimento, un alibi anticipato con cui accontentare parte della pubblica opinione e tranquillizzarne un’altra, facendo comunque conto sul volume dei voti raccolti dai partiti dell’attuale maggioranza di ‘larghe intese’.

Ma è qui che si deve rilevare una stridente contraddizione del vigente dettato costituzionale con il progetto governativo: la riforma dell’art.138 per avere un più ampio campo d’azione in materia e maggior celerità nel suo esame e approvazione cozza contro una realtà inoppugnabile. La II sezione (revisione della Costituzione. Leggi costituzionali) del Titolo VI della Costituzione (Garanzia costituzionali) è composta dagli articoli 138 e 139. Il primo indica le modalità con cui poter effettuare modifiche; il secondo dichiara solo che “la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”. Ed ecco che, come ben illustrato in un articolo de Il Fatto quotidiano, questi due articoli mostrano la loro funzione specifica: proteggere la carta da modifiche affrettate o arbitrarie. Infatti, “a giudizio dei costituzionalisti una parte dell’articolato, contenente un nucleo ‘intangibile’ di valori, costituisce appunto il ‘nucleo duro’ della Carta del 1948. Esso comprende la prima parte della Costituzione, il principio di unità e indivisibilità della Repubblica, l’impossibilità di sottoporre a referendum la forma repubblicana prevista dall’articolo 139. Ma da questo punto di vista anche l’articolo 138 che lo precede ha il medesimo valore. Si sostiene infatti che in una Costituzione ‘rigida’ la procedura per la revisione possa essere solo quella prevista dalla stessa Costituzione stessa: una legge costituzionale, insomma, o è conforme all’articolo 138 oppure non è”.

Questo è quanto. Vedremo ora i prossimi sviluppi e soprattutto avremo a breve il parere dei saggi del comitato che dovrà integrare la commissione paritaria di Camera e Senato, come pure il parere di altri costituzionalisti. Due cose a me appaiono chiare: la prima, che qualora pareri favorevoli e contrari sulle possibili modifiche dell’art. 138 non dovessero manifestarsi in misura assolutamente inequivoca, sarebbe bene che l’intero progetto governativo fosse rivisto; la seconda, che una nuova legge elettorale non può attendere i tempi di questa lunga e macchinosa procedura. Nuove elezioni – in questa nostra situazione così incerta e legata solo alla buona volontà e al senso di tolleranza di alcuni – sono sempre dietro l’angolo e tornare a votare con l’attuale legge sarebbe inutile e micidiale.

 

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Una Risposta to “Legge elettorale e riforma della Costituzione: perché un legame indissolubile? E perché modificare l’art.138?”

  1. Fabio Luciani 02/06/2013 a 12:01 pm #

    L’ha ribloggato su FABIO LUCIANIe ha commentato:
    Alcune domande che condivido, a cui aggiungo una breve considerazione politica.
    Il Governo Letta doveva occuparsi delle emergenze del Paese e non costringere il PD a condividere un processo di revisione dei valori che fondano la democrazia del nostro Paese con chi ha occupato tribunali e marciato contro i giudici, solo per ricordare le ultime inqualificabili gesta di un uomo politico che (in 20 anni) ha calpestato molti dei principi fondanti della nostra carta costituzionale.

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