Don Gallo, un gigante

27 Mag

Alessandro Gilioli pubblica nel suo blog su l’Espresso un affettuoso ricordo di don Gallo.
E’ con una certa commozione che lo si riporta qui per intero.
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Don Gallo, la Capraia, gli ultimi

colldragoni

Negli anni Sessanta l’isola di Capraia era un eremo vero.

Il traghetto ci arrivava una volta la settimana e per sbarcare dovevi scendere da una scaletta su una lancia di legno, mica c’era il molo come adesso. L’acqua potabile la portavano su una bettolina: se c’era libeccio, si rimaneva senza. Il pane lo facevano al carcere, quando lo facevano, e la strada che collegava il porto al paese era poco più di una mulattiera. Per telefonare dovevi fare la coda al Bar Centrale – l’unico esistente. Era anche l’unico alimentari: se stavi sulle palle alla Lina, che non era esattamente di buon carattere, potevi pure fare la fame.

Sulle terrazze ricavate dalla montagna, sopra il porto vecchio, i detenuti coltivavano quello che riuscivano, tra i sassi. Erano quasi sempre assassini, rapinatori, residui dell’umanità: li mandavano a Capraia verso fine pena, perché formalmente quella era una ‘casa di rieducazione all’aperto’, insomma doveva servire a reintegrarli nella società. Una sciocchezza, perché nulla era più lontano dal mondo di quell’isoletta pietrosa e scorbutica, senza automobili e con la corrente elettrica a 160 volt che andava e veniva. Parecchi, scontato l’ultimo giorno, restavano lì perché non sapevano dove altro andare, dopo trent’anni di galera. I loro nipoti oggi sono i negozianti, i trasportatori e gli idraulici dei proprietari di seconde case.

Capraia è bellissima, con i suoi profumi di erbe selvatiche, i suoi cespugli incazzati e le sue scogliere di lava. Bellissima, inospitale, a tratti mistica.

Ci ripensavo in questi giorni, leggendo la vita di don Andrea Gallo. Che il cardinale Siri spedì su quell’isola, in quegli anni, convinto di punirlo, di fargli un torto. Senza poter immaginare che Capraia ti fa crescere l’anima, la forza, le riflessioni sul significato della vita.

Lo fa ancora adesso che ci sono i telefonini, il Wi-fi di Marida e i turisti russi, figuriamoci a quell’epoca. E con quel carcere, poi, ricettacolo degli ultimi che quel prete trentenne e ribelle prese subito a cuore, ’se non sono gigli son pure sempre figli, vittime di questo mondo’.

Non so se è stato lì, alla Capraia, che è maturata la coscienza di quello che sarebbe stato don Gallo nei quarant’anni successivi, o se è stato solo un granello in più per la costruzione di quel gigante.

Non importa poi molto.

So che, come ogni estate da quando sono al mondo, tra poco inizierò a tornarci strappando i giorni al lavoro. E tornerò a camminare tra le rovine della colonia penale, salendo su dall’Assunta. E in quel silenzio ventoso cercherò di sentire le voci di quando lì c’era don Andrea Gallo.

(La foto sopra è dalla collezione di famiglia di Sergio Dragoni. In alto, sulla collina, uno degli edifici del carcere, ora dismesso)

Alessandro Gilioli
27 maggio 2013

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