Omofobia: più di un crimine

26 Mag

Davide Tancredi, 17 anni e gay, ha scritto una lettera apparsa ieri su Repubblica. Da anni si discute in Italia su una legge contro l’omofobia e i governi succedutisi non hanno dimostrato una particolare attenzione a questa tragedia sociale, nonostante molte inchieste e sondaggi abbiano provato ancora una volta che l’opinione pubblica e il Paese – come avvenne a suo tempo per il divorzio e l’aborto – siano molto più avanti della nostra classe politica. Anche per quanto al resto del mondo, d’altra parte, i rapporti di Amnesty International e dell’International Lesbian and Gay Association forniscono un quadro ben più avanzato del nostro.
Oggi, sempre su Rapubblica, il Presidente della Camera
Laura Boldrini risponde a Davide. E’ una bella e nobile lettera che vale la pena di leggere per intero.

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Caro Davide,

questa lettera te l’avrei scritta comunque, anche se non fossi presidente della Camera. Ho una figlia poco più grande di te, e t’avrei scritto come madre, turbata nel profondo dal tuo grido d’allarme, dalla solitudine in cui vivi, dal peso schiacciante che devi sopportare perché “non a tutti è data la fortuna di nascere eterosessuali”. Scrivo a te per stabilire un contatto, e sento il dolore di non poter più fare lo stesso con una ragazza di cui stanno parlando in queste ore i giornali. La storia di Carolina fa male al cuore e alla coscienza: ha deciso di farla finita, a 14 anni, per sottrarsi alle umiliazioni che un gruppo di piccoli maschi le aveva inflitto per settimane sui social media. E consola davvero troppo poco apprendere che ora questi ragazzini dovranno rispondere alla giustizia della loro ferocia.

Vi metto insieme, Davide, perché tu e Carolina parlate a noi genitori e ad un Paese che troppo spesso non sa ascoltare. Tu lo hai fatto, per fortuna, con le parole affilate della tua lettera. Lei lo ha fatto saltando giù dal terzo piano. Ma descrivete entrambi una società che non sa proteggere i suoi figli. Non sa proteggerli perché oppressa dal conformismo, incapace di concepire la diversità come una ricchezza per tutti e disorientata di fronte ai cambiamenti. Una società in cui – ancora nel 2013, incredibilmente – tu sei costretto a ricordare che “noi non siamo demoni, né siamo stati toccati dal Demonio mentre eravamo in fasce”. A te sono bastati i tuoi pochi anni per capire che “non c’è nessun orrore ad essere quello che si è, il vero difetto è vivere fingendosi diversi”. Una società che non sa proteggere i suoi ragazzi dalle violenze, vecchie e insieme nuove, come quella che ha piegato Carolina: lo squallido bullismo maschile antico di secoli, che oggi si ammanta di modernità tecnologica e con due semplici click può devastare la vita di una ragazza in modo cento volte più tremendo di quanto sapessero fare un tempo, quando io avevo la tua età, i più grevi pettegolezzi di paese.

Ti ringrazio, Davide, perché hai avuto il coraggio di chiamarci in causa, di mettere noi adulti di fronte alle nostre responsabilità. Le mie sono sì quelle di madre, ma ora soprattutto di rappresentante delle istituzioni. E ti assicuro che le tue parole ce le ricorderemo: non finiranno impastate nel tritacarne quotidiano, che ci fa sussultare di emozione per qualche minuto, e poi ci riconsegna all’indifferenza. Il compito del nostro Parlamento lo hai descritto bene tu, che pure hai molti anni in meno dell’età richiesta per entrarci: “Un Paese che si dice civile non può abbandonare dei pezzi di sé. Non può permettersi di vivere senza una legge contro l’omofobia, un male che spinge molti ragazzi a togliersi la vita”. L’altro giorno, in un incontro pubblico contro la discriminazione sessuale, ho sentito ricordare il ragazzo che amava portare i pantaloni rosa, e che oggi non c’è più. A lui, a te, le nostre Camere devono questo atto di civiltà, e spero davvero che la legislatura appena iniziata possa presto sdebitarsi con voi.

Così come ritengo che sia urgente trovare il modo per crescere insieme nell’uso dei nuovi media. Le loro potenzialità sono straordinarie, possono essere e spesso sono poderosi strumenti di libertà, di emancipazione, di arricchimento culturale, di socializzazione. Ma se qualcuno li usa per far male, per sfregiare, per violentare, non possiamo chiudere gli occhi. Il problema, in questo caso, non è quello di varare nuove leggi: gli strumenti per perseguire i reati ci sono e vanno usati anche incrementando, se necessario, la cooperazione tra Stati. Ma sarebbe ipocrita non vedere la grande questione culturale che storie drammatiche come quella di Carolina ci pongono: i nostri ragazzi, al di là della loro invidiabile abilità tecnologica, fino a che punto sono consapevoli dei danni di un uso distorto dei social media? E noi adulti – le famiglie e la scuola – siamo in grado di portare dei contributi per una gestione più responsabile di questi strumenti? Vorrei che ne ragionassimo anche nei luoghi istituzionali della politica.

Hai chiesto di essere ascoltato, Davide. Se ti va, mi farebbe piacere incontrarti nei prossimi giorni alla Camera, per parlare di quello che stiamo cercando di fare. A Carolina non posso dirlo, purtroppo, ma vorrei egualmente conoscere i suoi familiari. Per condividere un po’ della loro sofferenza, e perché altre famiglie la possano evitare.

Laura Boldrini
26 maggio 2013

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2 Risposte to “Omofobia: più di un crimine”

  1. Claudia Costa 26/05/2013 a 4:22 pm #

    La lettera di Davide mi aveva colpito molto sia per la semplicità con cui ha descritto il dolore di essere “diversi”, che per la maturità dimostrata a soli 17 anni. Maturità raggiunta, ritengo, attraverso l’elaborazione solitaria di un problema che la nostra società riesce ad ingigantire a tal punto da far maturare il desiderio di farla finita in molti ragazzi che non hanno la forza di Davide. Penso altresì che molta responsabilità sia anche in capo alle famiglie che spesso non affiancano scientemente ma acuiscono le difficoltà ed il dolore di questi ragazzi, altre volte sono inadeguate per mancanza di cultura e preparazione, cultura intesa come capacità di comprendere metabolizzare e vivere normalmente una situazione che in Italia normale è.
    Apprezzo molto l’interessemento di Laura Boldrini e spero che questo grido di dolore, questa richiesta di aiuto non finisca nel nulla come tutte quelle che l’hanno preceduta.

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