Lassatece piagne da soli?

1 Mag

Nel ’44, pochi giorni dopo l’ingresso degli Alleati a Roma. apparve su un muro di Tor di Nona, la zona dove si teneva il mercato nero, questa scritta: “Annatevene tutti, lassatece piagne da soli”. Era il grido di disperazione di una Paese devastato e ripiegato su sè stesso che non vedeva un domani.

Fatte le dovute proporzioni, potrebbe essere lo stesso stato d’animo di molti italiani che oggi vedono i loro destini travolti dalla crisi e dall’insipienza della classe di governo. Di qui, rassegnazione o ribellione, a seconda del momento o della singola personalità, ma sempre una reazione emotiva senza una meditata riflessione.
Per amor di verità devo confessare che in questi ultimi tempi anch’io sono venuto talvolta a trovarmi in quella condizione e ho accarezzato l’ipotesi della rinuncia totale, dell’abbandono di qualunque relazione con il quotidiano svolgersi della politica. ‘Annatevene tutti’, appunto, con quel che si può immaginare che segua.

Ma sarebbe stata una rinuncia, il dare partita vinta – e per sempre – a quella parte d’Italia che ha assunto a regola la gestione personalistica della cosa pubblica, che antepone l’interesse del singolo a quello della collettività, che guarda al proprio oggi e non al domani di tutti. Come ha scritto ieri Ezio Mauro in uno straordinario editoriale “Il punto in discussione è il tentativo ormai evidente, sistematico, insistito e molto diffuso di vendere un’alleanza di emergenza come uno stato d’animo del Paese, trasformando un governo di necessità in un’opportunità culturale per rimodellare la vicenda storica di questi anni. L’operazione cambia le carte in tavola, e assume un unico punto di vista – quello della destra, con le sue convenienze – come fondamento oggettivo della nuova fase“.

Ecco, io tutto questo non lo posso permettere. Me lo dice la mia coscienza, la mia (scarsa ma solida) cultura, l’educazione di cittadino nato in quei tempi di cui si diceva all’inizio, quando sembrava che fossimo tutti destinati a vivere per sempre sulle rovine e dalle quali invece ci si seppe risollevare. Non posso e non potrò mai rinnegare per sempre quelle idee a lungo coltivate e neppure buttare alle ortiche la mia fede nelle possibilità – sempre – di poter recuperare, solo che lo si voglia. Certo, sarà uno sforzo le cui dimensioni non sono immaginabili, ci vorrà del tempo, dovremo cercare gli uomini e le donne che sappiano assumersi le responsabilità di affrontare un lungo e impervio cammino: dovremo saper individuare nuovi talenti, esperienze, competenze in grado da un lato di interpretare e anticipare le tendenze della società e della globalizzazione e dall’altro di ricostruire un clima civile di confronto e la fiducia nella forza del collettivo rispetto a quella del taumaturgo, dell’uomo solo al comando, quella figura così cara a quegli italiani che non amano assumersi responsabilità di sorta. E’ il compito del secolo: ridare una coscienza civica a una nazione divisa e spesso recalcitrante verso il senso del dovere, molto più incline – in buona parte – a reclamare i propri diritti che a chiedersi se siano dovuti quelli degli altri

Ce n’è di lavoro. Ma è un lavoro che noi italiani abbiamo dimostrato di saper fare. Confido in particolare nei giovani: è da loro che giungono stimoli e pungoli, sono loro che rappresentano le esigenze più vive della società, che indicano, talvolta con l’emigrazione, che sanno dove andare per avere quel che vogliono. Come disse una volta Bertrand Russell “era una cosa impossibile, ma erano giovani, non lo sapevano. Quindi la fecero“.
Ce la faremo ancora una volta, tutti insieme.

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