Della ‘società civile’ e di chi non vuol capire

14 Apr
   Pare che ad alcuni questo termine, società civile, appaia alternativamente, fastidioso, incomprensibile, inadeguato o anche che rappresenti un’astrazione, se non addirittura una miope protesta fine a sé stessa. Ad altri (pochi, si spera) suona invece come un insulto o una minaccia. Non pretendo di metter fine a questa speciosa polemica, ma solo dichiarare come la vedo io e, date le mie scarse capacità, mi auguro per chi legga non sia troppo banale.

 

Il Devoto-Oli definisce l’aggettivo ‘civile’ – nel senso comunemente inteso quando accompagna ‘società’ –  chi è “rispettoso del decoro e delle buone maniere; che possiede un alto grado di civiltà, soprattutto sul piano sociale e del rispetto delle leggi”. Eccola quindi, la società civile: quella che si sente coinvolta nel progresso della collettività, che rispetta le leggi, che antepone il bene comune al proprio. Una corrente trasversale che comprende con diverse percentuali ogni ceto sociale e ogni credo politico. Qui, oggi, nella nostra Italia. E’ la società dei cittadini onesti (tra cui, va detto, non mancano per fortuna esempi di personaggi politici che condividono gli stessi obbiettivi e le medesime esigenze), che fronteggia a viso aperto e con decisione quella variegata minoranza  composta da adoratori del compromesso, corruttori, evasori fiscali, maneggioni, speculatori, da chi pone a capo di posti pubblici e di responsabilità individui incapaci per poterli poi manovrare come pedine, da disinvolti speculatori, da gruppi di interessi ai limiti del lecito (talvolta oltre) e via cantando.

E’, quest’ultima, la ‘società incivile’, cioè quella dei disonesti. Tutto qui, non mi pare difficile.

Il problema è che negli ultimi cinquant’anni questa società incivile è riuscita a imporsi ed oggi prospera, impera, comanda, tiene i fili delle marionette.  Ed è riuscita nel suo intento perché una buona parte della classe politica è stata complice talvolta inconsapevole ma quasi sempre artefice e protagonista della sua evoluzione in negativo. Per cui oggi quella stessa classe politica fa a buon diritto parte della società ‘incivile’, dando luogo e alimento, di converso e per reazione, a quel sentimento genericamente indicato come ‘antipolitica’ e di cui poi ipocritamente si lamenta.

Diciamola tutta: quella classe dirigente che non raccolse nel 1981 il disperato allarme di Berlinguer sul disastro già avanzato circa la questione morale, è colpevole del dramma cui assistiamo e che oggi viviamo, non solo perché vi rimase indifferente ma anche perché consentì (se addirittura non incoraggiò) che proliferassero i peggiori istinti rappresentati principalmente dal disinteresse alla cosa pubblica e dall’interesse personale. Quella politica che non solo non seppe o non volle emanare leggi contro la corruzione, per il sostegno di una scuola che formasse eticamente i cittadini di domani, che non intervenne per ripulire i partiti da personaggi indegni, che assistette incapace di opporvisi all’avanzante degrado morale, è non solo colpevole, ma è ancora viva, forte e presente.  E’ la politica che – per fare un esempio clamoroso – non volle raccogliere il significato del referendum contro il finanziamento dei partiti aggirando volpinamente l’ostacolo come sappiamo, per dare libero sfogo a insaziabili appetiti con ogni mezzo, che fece lievitare i costi della politica a livelli sconci, che contagiò la politica locale facendola divenire un’altra grande opportunità per avidi e incapaci, che estese questo modo d’agire e di pensare al mondo imprenditoriale, che sottovalutò colpevolmente il terremoto di Tangentopoli, che quotidianamente si condanna con l’ennesimo scandalo, l’ennesima ruberìa. Ed è  questa la politica che la società civile combatte, contro cui eleva la sua indignazione e la sua vibrante protesta, anche se  (purtroppo, ma ne è conseguenza), talvolta sconsideratamente e dando vita a rigurgiti di  populismo.

Si dice: la politica è bella. Vero. Ma solo se agisce per il bene della collettività, solo quando ne è guida illuminata e disinteressata. Si dice: la politica rappresenta il meglio di una nazione. Vero. Ma possiamo dirlo, in coscienza, anche nel caso della nostra Italia? Si dice: la politica è un dovere dei cittadini. Vero. Infatti, mai come ora sorgono spontaneamente movimenti, gruppi, associazioni di cittadini sull’orlo della rivolta morale, tutti con l’unico obbiettivo di ristabilire il primato della politica. Quella vera, però, quella che ha come prima e unica ispirazione il senso del dovere.  Il ‘senso del dovere’, questa bella espressione che ad alcuni appare così fuori dal nostro tempo e tuttavia è la prima e vitale esigenza della maggioranza silenziosa (ancora per quanto?) degli italiani e che in fin dei conti non è altro che una versione riveduta e aggiornata della ‘legge morale dentro di me’ di kantiana e smarrita memoria.

Per cui a coloro che non hanno ancora capito o non vogliono capire cos’è la ‘società civile’ e cosa rappresenta, che ne  parla con alterigia e  sufficienza (nel migliore dei casi) se non con disprezzo,  si può ora solo rivolgere una innocente domanda: adesso è tutto più chiaro?

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